20/11/2020 di Luca Marcolivio

«No alle classi differenziate per alunni disabili». La testimonianza di una madre

Mariella Tarquini è una delle tante mamme d’Italia che portano la croce della disabilità del proprio figlio. Suo figlio Raffaele, 8 anni, soffre di un gravissimo handicap intellettivo-relazionale e di altrettanto gravi problemi di coordinamento manuale. È però un bambino dalla «spiccatissima sensibilità» e dal «quoziente d’intelligenza molto elevato», in grado di «comprendere perfettamente quello che gli succede intorno». Questa consapevolezza rappresenta un’ulteriore pena per il bambino e, naturalmente, per i suoi familiari. La signora Tarquini è tra i firmatari della lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da parte dell’associazione Caregiver Familiari Comma 255, in cui vengono denunciati tutti i disagi dei disabili e delle loro famiglie nel corso della crisi pandemica. In particolare, si fa riferimento al rischio dell’allestimento di «classi differenziali», che separerebbero di fatto gli allievi disabili dai normodotati.

«Dai primi di marzo, stiamo sollevando la questione in ogni tavolo – spiega Mariella Tarquini a Pro Vita & Famiglia –. Siamo stati auditi alla Commissione Diritti Umani del Senato, alla Commissione Affari Sociali, dal Comitato Tecnico Scientifico, siamo scesi in piazza per denunciare lo stato di abbandono in mezzo a cui, in questa gravissima pandemia che il paese sta subendo, ci siamo trovati». Nel corso di questi mesi, i genitori di bambini e ragazzi disabili, da dietro un computer, hanno fatto le veci degli «assistenti che loro hanno a scuola, dei terapisti e si può immaginare cosa voglia dire fare una logopedia o una fisioterapia a distanza: qualcosa di veramente provante per una famiglia». In tempo di lockdown, in particolare per gli studenti disabili, «viene meno l’unica forma di socialità di cui possono disporre, ovvero la scuola e possiamo immaginare quanto la società civile sia poco accogliente verso questi ragazzi».

A fine giugno, i caregiver hanno accolto la nota 1041, in cui si diceva che «qualsiasi forma di didattica a distanza si sarebbe fatta solo nel rispetto del principio di inclusività e nel rapporto di collaborazione con le famiglie». Al contempo hanno accolto «con estrema soddisfazione i dm 39/2020 e 89/2020, perché vedevamo l’indicazione di un principio di inclusione, ovvero la possibilità per gli alunni disabili di poter rimanere integrati nelle stesse classi dei compagni normodotati, né più né meno come promesso dal ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina». Di fronte a iniziative come quella della scuola “Vanvitelli” di Napoli, rimasta aperta solo per gli alunni disabili, la signora Tarquini commenta: «È stata pubblicizzata come modello d’eccellenza per quanto riguarda l’inclusione. Come genitore, al contrario, lo trovo aberrante per quello che è il valore dell’essere umano: si parte dall’idea che i nostri figli non hanno un cuore, non hanno un’anima, né una sensibilità. La sola idea di un bambino disabile che varca il cancello di una scuola, accompagnato da soli compagni disabili, sta a significare che, in questo paese, è tramontato ogni concetto di inclusione. È aberrante pensare che mio figlio debba stare in aula da solo con il docente di sostegno. Il suo senso di frustrazione non lo sta considerando nessuno, eppure qualunque neuropsichiatra o psicologo ci può testimoniare quanto questo senso di inadeguatezza possa portare a conseguenze gravi. Invece anche i nostri figli sono dotati di mezzi e strumenti come gli altri. Ognuno di noi è un essere umano e come tale va considerato».

C’è poi la variabile legata ai contagi, al cui riguardo Mariella Tarquini afferma: «Mi metto dei panni degli altri genitori, il rischio contagio c’è per tutti, quindi una scuola per soli disabili non esclude gli alunni dal rischio. Non dimentichiamo che gli alunni disabili non hanno un percorso dedicato in caso di contagio». A questo proposito, la signora racconta di caso capitato a una coppia di genitori facenti parte della consulta dei caregiver: «La mamma e il papà di un figlio disabile grave erano entrambi rimasti contagiati. Il padre era stato ricoverato e anche la madre necessitava il ricovero ma per lei non è stato possibile, perché non sapeva a chi affidare il ragazzo. Grazie a Dio, questa donna ha potuto usufruire delle terapie domiciliari. In uno stato di diritto, però, è necessario che i nostri ragazzi possano usufruire della didattica a distanza esattamente come gli altri, eventualmente garantendo loro l’assistenza in ambito domiciliare da parte delle figure preposte che già sono a scuola. Non mi riferisco all’insegnante di sostegno – puntualizza la Tarquini – ma ad assistenti specialistici che si occupano di questi ragazzi a scuola per le famiglie che ne facciano richiesta. Non chiediamo la luna ma semplicemente esigiamo un diritto per i nostri figli, perché siano presi in considerazione in quanto esseri umani».

Parlando di suo figlio, la signora Tarquini, spiega che, nonostante i suoi gravi handicap, «didatticamente parlando è anche geniale». Non essendo in grado di parlare, «è velocissimo nella lettura e nella comprensione di un testo. Però, se qualcuno non gli tiene il gomito, non è in grado di scrivere, gli manca totalmente l’autonomia organizzativa. Se lo mettessi in una classe da solo, gli fare passare il messaggio: “guarda che tu sei diverso”. Attualmente, lui sta vivendo una fase di “elaborazione del lutto”, vuole cioè essere considerato semplicemente come se stesso, non come un “bambino speciale”. Ha difficoltà ad accettare lo status, perché la sua mente funziona perfettamente. Se andassi a metterlo in una classe deserta, la cosa lo farebbe impazzire». Raffaele ha avuto la fortuna di trovare «nella didattica a distanza un supporto eccellente, grazie a una docente curricolare che ha fatto un lavoro online veramente prezioso». Dall’altra parte, vi sono centinaia di genitori che accetterebbero la soluzione delle classi differenziali: «Essendo completamente abbandonati dal punto di vista dell’assistenza, questi genitori accettano qualsiasi cosa per disperazione», constata amaramente in conclusione Mariella Tarquini.

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