30/03/2018

Neolingua: chi ci rimette è (anche) la famiglia

Un ragionamento che parte dall’antiligua, per arrivare alla neolingua

Il termine antilingua fu introdotto da Italo Calvino nel 1965 a designare l’italiano “legnoso”, impreciso, privo di vita, adoperato in particolare nei documenti ufficiali e burocratici. «Caratteristica principale dell’antilingua è quella che de nirei il ‘terrore semantico’, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia per se stesso un significato [...]”, scriveva Calvino su “Il Giorno” del 3 febbraio di quell’anno;«nell’antilingua i signficati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente».

Se Calvino utilizza il termine nell’ambito socio-linguistico di cui si è accennato (cfr. I. Calvino, Una pietra sopra, Mondadori, Milano 2002, pp. 149-154), la definizione data si presta molto bene anche a denunciare la natura mistificante del lessico caratteristico della cultura della morte, e in specie della propaganda abortista, da cui svariate espressioni sono ormai ltrate nel linguaggio comune, giornalistico o addirittura ufficiale.
La parola, che in fondo è un semplice accostamento di suoni, ha l’arduo compito di trasmettere significati arbitrari, a volte ambigui, che in ogni caso la trascendono enormemente. Di fronte alla parola – e in particolare alla parola scritta, che non può valersi dell’apporto di altri codici comunicativi – siamo chiamati a un’esegesi, spesso impegnativa, che ne metta in luce il significato nascosto: il termine “madre”, ad esempio, cela una pienezza di senso inesauribile, che può essere colta appieno solo mettendo in gioco la nostra interiorità e il nostro vissuto personale.

Il linguaggio poetico è quello che più di tutti facilita questo compito: «Ride la madre e slanciasi tutta amore» (Carducci); registri più tecnici, improntati all’esattezza e alla classi cazione, possono invece scoraggiarci: «Figura genitoriale di sesso femminile».
La terminologia delle scienze biologiche consente un’estrema accuratezza descrittiva, ma naturalmente richiede un impegno maggiore al nostro sguardo contemplativo: il termine “embrione” o “feto”, ad esempio, definiscono in modo impeccabile, ma non evocano o rivelano quanto il più generico “figlio”.

Usare una parola piuttosto che un’altra non è indifferente.
Attraverso il linguaggio, infatti, si trasmette una precisa visione della realtà. In tale ambito, tuttavia, assistiamo oggi al dilagare di diversi fenomeni, in parte anche tra loro contrapposti: da un lato, vediamo una sorta di depotenziamento dell’uso del linguaggio, con una diminuzione del bagaglio lessicale proprio di ogni persona; di contro, assistiamo alla continua creazione di nuovi termini, atti a indicare realtà che no a qualche decennio fa non esistevano: nel campo informatico, per esempio, si pensi banalmente a “twittare”, piuttosto che “hashtag”, “taggare” o “linkare”, se non addirittura “googlare”... e l’elenco potrebbe continuare. Accanto a questi due fenomeni ve n’è tuttavia un terzo, non meno importante: il dilagare di un uso inappropriato di determinate parole. Come? Essenzialmente estendendone indebitamente il significato, con l’obiettivo – nascosto, ma neanche troppo – di modificare il concetto di cui esse sono portatrici.

Vediamone tre esempi, tanto attuali quanto eclatanti, che dimostrano come la neolingua si muova in maniera subdola e pervasiva.

L’uso della locuzione “famiglia tradizionale”. No! La famiglia non è “tradizionale”, è “naturale”. Questo perché quando si parla di tradizione si fa riferimento a un dato tempo e a un dato spazio, passibile quindi di cambiamenti e sviluppi. Invece la “natura” è un dato oggettivo, valido sempre e ovunque. Ecco perché è importante parlare di “famiglia naturale”, e non di “famiglia tradizionale”, cosa che dà molto fastidio ai propugnatori del “genderismo” e dell’omosessualismo: perché la famiglia è una, ed è così n dai tempi antichi. Non è questione di “tradizione”: tutti – ma proprio tutti! – siamo nati da un uomo e una donna.

Di conseguenza, altrettanto sbagliato è utilizzare la de nizione “famiglia eterosessuale”. L’unica famiglia possibile è quella fondata sull’unione tra due persone di sesso diverso, secundum non datur. Un secondo esempio riguarda il binomio “matrimonio gay”. Esso è, in se stesso, contraddittorio. La parola matrimonio deriva, etimologicamente, dall’unione di due parole latine: mater (matris, nella forma del genitivo) = della madre e munus = compito, dovere. L’importanza della nalità procreativa è evidente. Finalità questa, tuttavia, che non è propria del cosiddetto “matrimonio gay”, che si presenta come costitutivamente sterile.

Allo stesso modo, il binomio “genitori gay” (al plurale. E così “famiglia omoparentale”, “omogenitoriale”, “due mamme”, “due papà”...). Anche qui siamo di fronte a un’evidente contraddizione. “Genitore” deriva dal participio passivo latino gignĕre, che signi ca “generare”. Bene: in una coppia omosessuale, anche se uno dei due può vantare una paternità (o maternità) biologica, l’altro componente della coppia non potrà mai essere assunto a ruolo di genitore. Solamente quando si realizza l’unione feconda tra un uomo e una donna si è, infatti, davanti a due persone che possono, a pieno titolo, essere definite “genitori”: insieme hanno generato una nuova vita.
E che questo assunto sia valido è dimostrato anche dal fatto che le persone che adottano un figlio sono de niti “genitori adottivi”, e non solamente “genitori”, dei quali fanno solamente le veci.

In aggiunta a quanto detto finora, è interessante allargare la riflessione anche ad alcune espressioni attualmente abusate nel dibattito attorno ai temi della famiglia e della vita. Tra queste spicca il neologismo “omofobia”, del quale nessuno ha mai fornito una de nizione, ma che rischia di essere introdotto anche a livello giurisprudenziale, con tutte le variabili interpretative che questo comporta.
Vi sono tuttavia altri due termini che meritano una sottolineatura: le parole “diritto” e “discriminare”. In merito al “diritto” è doveroso ricordare che uno dei precetti fondamentali del diritto è contenuto nella locuzione latina “suum cuique tribuere”, traducibile con “dare a ciascuno il suo”. Invece oggi, con il grande dibattito sui cosiddetti “diritti civili” si pretende di dare a tutti quello che chiedono, senza guardare a chi spetta cosa e senza analizzare le questioni nella loro complessità, bensì obbedendo (quasi) unicamente alla logica del desiderio. Così facendo, si favorisce l’affermarsi di un soggettivismo dei diritti che prescinde dalle nozioni di giustizia e di bene comune. Il tutto, quindi, a discapito delle persone più deboli, di coloro che non trovano spazio in posizioni strategicamente rilevanti e, in conclusione, della società nel suo complesso, che viene fagocitata dal volere narcisistico di pochi.

Infine, la parola “discriminare”. Oggi questo termine ha assunto un’interpretazione quasi esclusivamente negativa. Se si guarda l’etimologia, però, si scopre che esso è un termine originariamente neutro, in quanto derivato dalla parola discernere (dis-cernere: “scegliere separando”). E quella di discernere altro non è che una delle facoltà precipue dell’intelligenza, che è in grado di scomporre la complessità per valutare i singoli aspetti di cui si compone. In quanto tale, quindi, il discernimento è alla base della giustizia e dell’uguaglianza sostanziale. Discriminare, di conseguenza, è un atto giusto, imprescindibile in un contesto che vede la simultanea presenza di una compagine di individui diversi, ciascuno dotato di una specificità, anzi “unicità” che va rispettata in quanto segno di una dignità altissima.

Teresa Moro

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Febbraio 2016, pp. 17-18


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