28/06/2017

“Matrimonio” gay, un flop anche in America

«In otto mesi 2.802 unioni civili. In tutta Italia. Erano 2.433 a fine dicembre. Se ne sono aggiunte 369 tra gennaio e fine marzo. Non c’è che dire: decisamente un flop»: il “matrimonio” gay non decolla, in Italia.

Questo era il disappunto che veniva manifestato dalle colonne di Repubblica un paio di mesi fa.

Il flop delle unioni civili a noi non sorprendeva affatto: avevamo visto che la stessa cosa è accaduta all’estero, dove è stato legalizzato oltre al “matrimonio” egalitario, anche l’adozione: leggete qui: Il “matrimonio” gay una volta legalizzato passa di moda. Lo scrivevamo un anno fa. E avevamo dato ascolto ai tanti omosessuali – persone ragionevoli e assennate, non omosessualisti accecati dall’ideologia – che conoscono la realtà in cui vivono e che dicevano apertamente che ad essi non interessa il matrimonio: non è nello stile di vita gay.

Ora, la stessa delusione arriva dagli Stati Uniti d’America, dove in questi giorni ricorre l’anniversario della sentenza Obergefell v. Hodges che ha legalizzato il “matrimonio” gay in quel Paese.  Il giudice Anthony Kennedy aveva affermato che la sentenza concretizzava la speranza dei gay  di «non deve essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle istituzioni più antiche della civiltà».

matrimonio-gay_omosessualismo_Lexington_Pride_Festival_2015Ma a giudicare dalle statistiche di questi due anni, pare che Kennedy si sbagliasse: i gay continuano a preferire la “singletudine” al matrimonio. Anzi, una discreta percentuale pare sia propensa a sposare una persona del sesso opposto – in un paese certamente non “omofobo”, dove non serve “salvare le apparenze” – perché considerano i rapporti omosessuali un bel giochino fine a se stesso, ma per “una vita insieme” e per “fare famiglia”, insomma per il matrimonio vero, sanno bene che ci vogliono un maschio e una femmina.

Il recente sondaggio Gallup di cui parla LifeSiteNews, quindi, sbugiarda anche in USA la propaganda ideologica che presentava gli omosessuali come un folto popolo discriminato, ansioso di contrarre matrimonio come gli altri.

Circa l’8 per cento degli LGBT americani erano già “sposati”, negli Stati federati dove ciò era consentito, quando è arrivata la sentenza  Obergfell. Dopo il primo anno si è registrato un modesto incremento: hanno contratto “matrimonio” l’1,6 per cento di coloro che si dichiarano omosessuali. Nel secondo anno, il “matrimonio” è stato celebrato solo da un ulteriore 0,6 per cento.

Non c’è stata alcuna folle corsa verso l’altare di coppie gay o lesbiche.

Per soprammercato, anche il numero delle convivenze è drasticamente calato: è diminuito del 3,5 per cento e contestualmente aumenta la percentuale di omosessuali che hanno dichiarato di essere e voler restare single (sono circa il 55,7 per cento).

I dati sono gli stessi analizzando i singoli luoghi: la Grande Mela, la California...

L’inevitabile conclusione è che anche in America il “matrimonio” egalitario è un’ansia ideologica di signore come la Cirinnà, ma non è certo una istanza sociale e non interessa neanche a quella minima parte della popolazione che si identifica come LGBT.

Romana Fiory


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