10/09/2020 di Manuela Antonacci

L’Italia schiera il primo atleta transgender, in una competizione riservata alle donne

Se fino ad ora era un problema d'Oltralpe, d'ora in avanti diventerà una questione nostrana. Di cosa stiamo parlando? Della nuova marchetta al politicamente corretto che vuole che anche l'Italia abbia il suo bravo atleta transgender.

Nella fattispecie, si tratta di Valentina Petrillo, "al secolo" Fabrizio Petrillo, che correrà i 200 metri nei campionati paraolimpici nella categoria T12, ovvero quella riservata agli ipovedenti, in una competizione fino ad ora riservata alle donne.

In passato, quando si faceva chiamare Fabrizio, l’atleta ha vinto 11 titoli italiani, ma poi ha dichiarato di non sentirsi a suo agio come atleta maschio e di non voler gareggiare con i maschi (forse perché, gareggiare con le donne gli darebbe un indubbio vantaggio fisico?) per cui la sua ultima gara maschile risale all' ottobre del 2018. Fatto sta che ora ha ottenuto di correre a Jesolo nella categoria riservata alle donne, nonostante sia ancora un maschio biologico tout court.

 Ma l'aver semplicemente iniziato il trattamento ormonale a gennaio del 2019 gli ha già permesso di rientrare tra gli "atleti trans", secondo il regolamento della World Athletics. Nonostante tutto, ci tiene a specificare, ben conoscendo il maggiore vantaggio fisico di un atleta maschio, rispetto a quello di un'atleta donna (altrimenti non esisterebbero due categorie di gara diverse, ci viene da dire...!) «Non sono una persona né sleale né scorretta inseguo un sogno e la felicità. Mi sento donna a prescindere da quello che ho tra le gambe».

Inoltre a sua discolpa, opporrebbe il fatto che la terapia ormonale a cui si è sottoposto, diminuirebbe la prestazioni, per gli effetti collaterali della cura. Effetti destinati però a svanire, mentre non si può dire lo stesso della struttura muscolare maschile che lo caratterizza e che gli darebbe comunque un vantaggio notevole sulle altre atlete. E non si tratta di una novità ma purtroppo di una notizia: quella delle atlete trans che in tutto il mondo schiacciano le atlete donne.

Gli esempi, in tal senso, nel mondo dello sport sono davvero tanti, ma basta semplicemente citare  la scienziata ed atleta transgender Joanna Harper, in una sua  intervista rilasciata ad Abc,  nella quale spiegava che i livelli di testosterone bassi nelle donne trans contano relativamente «le donne trans avranno ancora dei vantaggi dopo? Certo. Tutta la massa muscolare e la forza non andranno via». Non per niente una concreta preoccupazione si sta diffondendo nel mondo dello sport femminile, al punto che il “World Rugby”, l’organismo che regola i rapporti tra le federazioni nazionali di Rugby e organizza i principali tornei di valore mondiale ed i Tour internazionali di questa disciplina, sta prendendo in seria considerazione l’idea di vietare agli uomini di giocare nella categoria femminile, per via di problemi legati alla sicurezza e al rischio di azioni legali.

Da un rapporto commissionato dalla federazione sportiva, infatti, è emerso che è "significativamente maggiore il rischio" di infortunio quando una giocatrice viene affrontata da un giocatore che si identifica come donna.

Le ultime ricerche, in campo medico, secondo questo rapporto, mostrerebbero che una riduzione del testosterone "non porta ad una riduzione proporzionale della massa muscolare, della forza e della potenza" ma presenterebbe addirittura un "chiaro rischio per la sicurezza". Quindi le idee in questo caso c'entrano poco, ma è il dato biologico, il dato di natura che non è soggetto ad ideologie, che conta e fa la vera, unica, differenza

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