L’anno di Asia Bibi e il suo triste Natale lontano dalla famiglia

Il 2018 è stato senza dubbio l’anno di Asia Bibi, la pakistana cattolica condannata a morte per blasfemia con l’accusa di aver offeso il profeta Maometto. Dopo nove anni di carcere duro è finalmente arrivato a ottobre il verdetto della Corte suprema del Pakistan che ha annullato la pena capitale disposta da un tribunale islamico territoriale, e ha di fatto assolto la donna da tutte le accuse. Contro Asia Bibi infatti esistevano soltanto le testimonianze poco credibili di due donne musulmane, con le quali aveva avuto un alterco sul diritto di prelevamento dell’acqua da un pozzo, a lei precluso in quanto cristiana. La sua assoluzione era sembrata l’inizio di un’alba nuova, un raggio di luce e di speranza in un Paese dove l’odio religioso, soprattutto contro le minoranze cristiane, è purtroppo molto violento e diffuso.

Asia dunque è libera, ma il suo calvario purtroppo non è concluso. Perché, come ampiamente annunciato, sono subito esplose le proteste dei fondamentalisti islamici con minacce di morte alla donna cristiana e alla sua famiglia, al suo avvocato (che per precauzione è fuggito dal Paese) e ai giudici dell’Alta Corte che l’hanno assolta e che vivono sotto scorta. Di Asia Bibi da settimane si sono perse le tracce. Uscita dal carcere, è stata nascosta in un luogo segreto deciso dal governo, che per placare la furia degli integralisti islamici ha concesso all’accusa la possibilità di presentare ricorso contro il verdetto di assoluzione, impegnandosi a far sì che nel frattempo la donna non lasci il Pakistan. Non è dato sapere dove si trova, e questo probabilmente è motivato da ragioni di sicurezza.

Ma secondo indiscrezioni sarebbero tuttora in corso negoziati fra il Pakistan e alcuni Paesi europei disposti ad accoglierla insieme alla famiglia. Anche perché la richiesta di revisione del processo sarebbe stata usata strumentalmente dal governo per riportare la calma e l’ordine pubblico nel Paese, ma dal punto di vista giuridico avrebbe scarsissime possibilità di essere accolta. Quindi Asia non potrà in alcun modo restare in Pakistan dove rischierebbe ogni giorno la vita. Purtroppo per lei non ha potuto vivere questo Natale come avrebbe sperato, ossia da donna libera e con la famiglia finalmente riunita dopo nove anni. Infatti continua a restare separata dai figli e in compagnia soltanto del marito, l’unico cui è stato concesso di starle accanto nel luogo in cui di fatto continua ad essere prigioniera. Unica consolazione è la speranza di avere un futuro. Speriamo che questo nuovo anno le consenta di ottenere finalmente la libertà, lasciando il Pakistan insieme al marito e ai figli, per approdare in un Paese sicuro dove poter dimenticare il dramma vissuto. Un Paese capace di assumersi la responsabilità di accogliere e proteggere il simbolo vivente delle persecuzioni contro i cristiani nel mondo.

Americo Mascarucci

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