05/11/2019

La storia di Simone Biles, dall'affido alle Olimpiadi

Il nome di Simone Biles, classe 1997, atleta e ginnasta statunitense, quattro volte campionessa olimpica, sarà noto ai più.

Nell'ottobre di quest'anno ha vinto cinque medaglie d'oro ai Campionati mondiali ed è stata la prima ginnasta nella storia ad ottenere cinque titoli mondiali tutti insieme, la prima a vincerne tre consecutivamente, e la seconda statunitense ad averne vinti quattro.

Con 14 medaglie d'oro è la ginnasta ad aver vinto più titoli mondiali nella storia e, con 25 medaglie vinte tra Mondiali e Olimpiadi, è divenuta l'atleta più decorata degli Stati Uniti d'America superando il record stabilito negli anni '90 da Shannon Miller.

È inoltre la prima ginnasta statunitense ad aver vinto un oro olimpico al volteggio. Una carriera fulminante ed un talento straordinario nonostante i 22 anni di età. Pochi però sapranno che l'infanzia di Biles è stata molto dura: la madre naturale era infatti tossicodipendente e quando Simone aveva solo tre anni, è stata portata via di casa insieme ai suoi fratelli ed affidata a varie famiglie, finché i nonni non l'hanno adottata con la sorella.

«Anche se ero giovane quando sono stata messa in affido, ricordo come ci si sente ad essere trascurati», scrisse. «Come se nessuno mi conoscesse o volesse conoscermi. Come se i miei talenti e la mia voce non contasse....Trovare una famiglia mi faceva sentire importante. Trovare una passione, qualcosa che amavo ed in cui ero davvero brava, mi faceva sentire come se avessi importanza».

Per diventare una stella olimpica, racconta Biles, è stato necessario un mix di duro lavoro, tenacia e forza di volontà, ma l'atleta ammette che non sarebbe mai arrivata a questo traguardo senza il supporto dei genitori adottivi.

Riguardo ai bambini in affido, ha dichiarato: «Semplicemente non hanno il sostegno, e spesso le risorse finanziarie e l'opportunità di realizzare il loro potenziale..[.....] Il mio cammino verso il successo è iniziato il giorno in cui i miei nonni hanno adottato ufficialmente me e mia sorella».

Ed ancora: «Ma se investiamo nei bambini in affidamento, anche loro possono avere l'opportunità di avere successo, che a sua volta rafforzerebbe le nostre comunità, l'economia e la società».

Spesso, come obiezione ai pro life che propongono l'adozione se una madre non si può occupare del bambino, viene risposto che un bambino adottato avrà certamente una vita infelice, triste, e dunque è meglio l'aborto.

Dobbiamo però renderci conto che in quest'affermazione è presente una grave contraddizione: come può la morte essere la "soluzione" rispetto ad una condizione, come quella di Biles, che con l'impegno individuale, l'aiuto dei genitori adottivi e della comunità in cui si vive, può nettamente migliorare?

Allora ci chiediamo: perché lo Stato, le istituzioni, la politica non si preoccupano di potenziare il sistema delle adozioni, di curare meglio i bambini in affido o in casa famiglia, piuttosto che finanziare gli aborti e l'uccisione di tanti innocenti?

Certamente la vita di questi bambini sarà più difficile di quella di altri loro coetanei, certamente, come Biles, si porteranno dietro una grande sofferenza per le incurie o gli abusi della famiglia d'origine.

Ma l'amore dei genitori adottivi, l'aiuto di volontari, educatori e della comunità possono migliorare la situazione e cercare di compensare le sofferenze di cui questi bambini sono stati vittime.

La risposta alle difficoltà della vita, qualsiasi esse siano, non può essere mai la morte. L'aborto infatti uccide. L'adozione invece è una speranza.

 

di Chiara Chiessi

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