01/09/2020

La religione del distanziamento sociale

Saruman: «Il mondo sta cambiando. Chi, ora, ha la forza di opporsi agli eserciti di Isengard e di Mordor? Di opporsi al potere di Sauron e di Saruman, e all'unione delle due Torri? Insieme, mio signore Sauron, regneremo su questa Terra di Mezzo. Il Vecchio Mondo brucerà tra le fiamme dell'industria». (Il Signore degli Anelli - “Le due Torri”)
 

Un nuovo mondo?

Riflettendo su questo aforisma tratto dal film del capolavoro di Tolkien, osserviamo come alla nozione di vecchio debba contrapporsi quella di un nuovo mondo. Sarebbe fin troppo facile richiamare qui l’omonima opera di Huxley per indicare il precipizio verso il quale ci stiamo dirigendo, ma possiamo estendere il numero di puntini da collegare in questo curioso labirinto di assonanze orientando la nostra attenzione su uno dei più strombazzati fenomeni del nostro tempo: la new age. Una nuova era che dovrebbe condurci verso una prosperità mai assaporata. Liberandoci, naturalmente, dalle catene del cristianesimo che avrebbe caratterizzato invece l’epoca appena trascorsa. Un potenziale umano a lungo limitato e ora pronto a dischiudersi. Difficile dire se ci sia un che di realmente profetico in questa formulazione ma, come vedremo, una cosa è certa: ci sono forze che si stanno adoperando perché qualcosa del genere realmente accada o che, di fatto, sta già avvenendo. Purtroppo con una prospettiva che ha veramente poco a che spartire con il presunto risveglio del potenziale umano, ma ciò dipende dai punti di vista. C’è chi sarebbe interessato a riplasmare l’uomo a immagine e somiglianza di qualcosa del tutto inedito, che se riuscissimo a focalizzare bene ci darebbe i brividi. Che genere di potenziale si genererà, dunque, dalle ceneri del vecchio mondo e quanto sono voraci queste fiamme che vorrebbero divorarlo?
 

Il regno della tecnologia e dell'economia

L’attuale processo di deriva antropologica, innescato da una commistione di degrado culturale-identitario che impedisce ad una qualsivoglia etica di orientare l’enorme potenziale offerto dalle nuove tecnologie, sembra inarrestabile. Investimenti miliardari stritolano nelle enormi morse dei mercati finanziari ogni potenziale resistenza, riducendo gli sparuti oppositori a caricaturali bacchettoni fuori dal tempo, anch’essi destinati ad essere spazzati via dal progresso. Tutto ciò che è tecnicamente fattibile sembra destinato ad imporsi ed occupare rapidamente posizioni significative di in mercato disumanizzante, i cui esempi più lampanti sono le manipolazioni genetiche, l’aborto take away con la pillola RU486, la possibilità di affittare l’utero o di surrogarlo artificialmente con una macchina. Queste macchine, poi, col ricorso all’intelligenza artificiale daranno il benservito alla dottrina comunista che tante parole ha speso sull’importanza del lavoro, sfoltendo le truppe dell’esercito di riserva di memoria marxista che si tramuteranno in orde di inutili sfaccendati da sfamare per chissà quale ragione. Anzi, non ci sarebbe da stupirsi se, a completare l’opera di appiattire l’individualità e abbattere le naturali strutture sociali di ostacolo al controllo asfissiante dello Stato, fosse proprio quel capitalismo che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi decenni. Va osservato che, per coadiuvare il processo, l’etica stessa sta traslocando le sue fondamenta dalla filosofia all’aritmetica, e si inizia a parlare senza remore di costo della vita umana: non sarà più giusto ciò che trova un significato morale. Con l’incedere di un bieco utilitarismo, prevarrà ciò che garantisce il miglior guadagno in termini meramente calcolistici. Di vite che presentano solo un costo si potrà, pertanto, fare a meno. Col benestare delle masse assuefatte alla nuova mentalità.
 

L’attacco è dunque all’uomo nella sua essenza, ma fin dove potrà spingersi? 

Il cristianesimo in questi duemila anni di storia ha avuto il grande merito di sacralizzare la vita, debellare lo schiavismo, riconoscere dignità alla donna, valorizzare i talenti umani, promuovere il progresso sociale e spingere ciascuno a realizzarsi nella propria individualità. L’adesione alla dottrina cristiana ha fatto grande l’Europa nel mondo ed oggi, se pur tra mille ostacoli, continua a fare da argine a questa impetuosa deriva. Ciò non può più essere tollerato. Un elemento di attrito così fastidioso va spazzato via una volta per tutte. I tempi sono maturi per un maestoso attacco finale, mai tentato prima nella storia dell’uomo, il solo in grado di colpirlo mortalmente al cuore, e riconducibile a due enigmatiche parole che non necessitano di presentazione: distanziamento sociale. Non è immediato comprendere l’immensa portata rivoluzionaria di questo concetto, che non è da intendere come accorgimento provvisorio per limitare il propagarsi di un’infezione.
 

Distanziamento sociale significa rinuncia al prossimo

Giorgio Agamben nel suo “A che punto siamo?” scrive a riguardo: “so che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. E’ davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che, quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il distanziamento sociale, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato”. È significativo che appena qualche riga dopo ci venga fornita la chiave di lettura che cerchiamo: “La Chiesa […] ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la propria vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede”. Applicare indefinitamente il distanziamento significa rinunciare al prossimo, e rinunciare al prossimo significa vanificare la fede. È l’inevitabile conseguenza delle parole stesse di Cristo che nel Vangelo rimarca come i due comandamenti più importanti siano amare Dio con tutto il proprio essere ed amare il prossimo come se stessi: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,40).
Viene da sé che ledere questi due aspetti significa demolire dalle fondamenta la dottrina di Cristo, con buona pace di chi cerca di mescolare le carte e proporre il distanziamento come una forma di amore verso gli altri che però, a rigor di logica, di prossimo non hanno più niente. Appare dunque lecito affermare senza tema di smentita che il distanziamento sociale è il cardine per fondare e costruire la società dell’anticristo.
 

La vita eterna qui sulla terra?

Ipotizzando che l’attuale contesto rappresenti una forma embrionale di tale società, riconosciamo in essa il voler ricalcare l’adesione ad un culto religioso solidamente ancorato all’immanente. Qui la prospettiva di una salvezza eterna ultraterrena viene sostituita dall’illusione di poter prolungare il più possibile la vita su questo mondo mediante l’osservazione di precetti medici onnipervasivi.
In virtù di ciò, la salute da diritto si trasforma in dovere da perseguire con ogni mezzo, persino annientando un qualsiasi senso della stessa vita, che viene ridotta a mera sopravvivenza biologica.
Al prossimo viene negata la dignità di persona col diritto di vivere libero per se stesso. Questa vocazione alla libertà, un tempo riconosciuta a ognuno, si dissolve nel terrore universalmente diffuso che essa sia una perpetua fonte di rischio per la salute pubblica.
Autorità italiane hanno recentemente rimarcato il concetto affermando che la libertà non è andare in giro a fare ammalare gli altri. Le persone sono dunque viste come una potenziale arma biologica da disinnescare, una costante reciproca minaccia da tenere sotto controllo mediante ponderati protocolli sanitari da osservare scrupolosamente, primo tra tutti l’assenza di contatto ormai divenuto l’immediato sinonimo di “contagio”. Lo Stato si fa paladino e rigido garante di questo paradigma anti sociale fondato sulla biosicurezza, stravolgendo gli schemi della normale dialettica democratica e virando sfacciatamente verso forme di esercizio del potere assoluto che ricordano le antiche tirannidi o i regimi totalitari dei periodi più bui della storia umana. A discapito di ogni preteso laicismo, ognuno è chiamato a credere e ad obbedire ai canoni di questa nuova religione come qualcosa di ovvio, ostentando apertamente la nuova fede in ogni aspetto della vita pubblica e privata. Una religione senza Dio, fatta dall’uomo per l’uomo. Che sia questo il “nuovo umanesimo” a lungo sospirato? L’adesione ad un culto più propriamente trascendente, invece, è al momento tollerata come fatto di importanza secondaria, ma viene relegata ad una sfera molto personale assimilabile ad una bizzarra forma di intrattenimento, con la consueta raccomandazione – stavolta – di non lasciarla trasparire troppo all’esterno e di esercitarla osservando infinite restrizioni che ne sviliscono ogni significato. 
 

Un enorme formicaio

Che razza di mondo verrà fuori procedendo in quest’ordine? Con una forza profetica molto singolare, nel lontano 1882 lo scrittore Vladimir Solov’ëv, lasciò scritto: «Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente, […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata raggiunta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme “formicaio”». Con l’ovvia obiezione che alle formiche è risparmiato di tenersi a reciproca distanza, ma il paragone rimane azzeccato: come piccole e isolate cellule di un immenso e coordinato apparato digerente, gli uomini che verranno avranno sacrificato gratuità, amore, gioia e speranza per abbracciare l’efficientismo di un sistema spietato dalle regole ineluttabili, che non ammetterà deroghe e che avrà sepolto il concetto di libertà rendendolo culturalmente inaccessibile.
Quando l’uomo si tramuterà nel sottoprodotto di se stesso, l’antico legame con lo spirito della creazione, che si rinnova continuamente nell’atto naturale di trasmissione della vita, sarà definitivamente spezzato e dimenticato. L’uomo non sarà più generato ma costruito e venduto, secondo criteri che saranno il profitto, l’eugenetica, la sostenibilità ambientale e l’ecologismo. Si parla già di impiegare tecniche di gametogenesi per fabbricare in provetta individui provenienti da un numero imprecisato di genitori, annientando così la famiglia naturale che sarà sostituita da caotiche aggregazioni poliamorose. Eventuali pezzi difettosi saranno destinati al riciclo come parti di ricambio o smaltiti come rifiuti organici. In un contesto simile, chi parlerà ancora di amore e di fede in Dio? Può far riflettere che lo stesso Gesù sembri domandarselo: “ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Viene pure da chiedersi se troverà ancora l’uomo.
 

La gratuità e il dono: un modello naturale sotto attacco

La natura ci offre testimonianza di un modello differente che risalta un equilibrio armonioso di sinergie all’insegna della gratuità e del dono. Per primo il sole, che diffonde la sua sconfinata energia sulla superficie terrestre riscaldando l’ambiente altrimenti invivibile e nutrendo la vegetazione. Da li si alimenta un immenso circolo virtuoso che si regge e si perpetua da milioni di anni. Chiunque venga al mondo ha accesso gratuito all’acqua che sgorga dalle rocce, all’aria emessa dalle piante e ai frutti della terra. La vita umana stessa viene generata come atto spontaneo dell’unione di un uomo e di una donna, per i quali il nato presenta la necessità di compiere frequenti rinunce e sacrifici, in genere senza alcun tornaconto individuale. In qualche modo ciò vale pure per gli animali che, guidati dall’istinto, si adoperano per la continuità della specie senza alcun reale vantaggio soggettivo, rimettendo spesso la vita nella contesa per l’accoppiamento e per la difesa dei cuccioli.
La folle corsa verso il dominio assoluto del creato non può giungere al suo punto terminale di approdo lasciando invariata questa realtà. Parafrasando Saruman, il vecchio mondo - gioioso di vivere e libero nella sua naturalezza - andrà lasciato ardere tra le fiamme dell’industria assieme ai suoi sentimentalismi, per alimentare con la sua combustione nuove frenetiche forme di controllo e di mercificazione. Spinte oltre ogni limite dell’immaginabile. Ecco che a quel punto, per quanta tecnologia e evoluzione scientifica potranno esserci, sarà impossibile distinguere l’umanità da un groviglio di disgustose larve. Ed il nemico giurato dell’uomo, l’antico serpente, avrà vinto.
La nostra speranza è rivolta a quel “non praevalebunt”, ma anche quando un intervento divino finalmente sarà giunto per impedire il concretizzarsi di questo disegno diabolico, avremo comunque pagato un caro prezzo e dovremo rendere conto della nostra tiepidezza che ha permesso e sta permettendo al mondo di sprofondare nell’abisso.
 
Andrea Ingegneri
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