24/07/2020 di Manuela Antonacci

La protesta dei genitori con figli caregiver. Una madre: «Non ci viene riconosciuto nulla!»

Si è tenuta lo scorso 22 luglio la manifestazione delle mamme caregiver a piazza Montecitorio, per accendere i riflettori sulle difficoltà che i genitori di figli disabili si sono trovati a vivere durante il lockdown. Lo scopo è quello di chiedere una legge che gli consenta di portare avanti il loro compito con dignità, riconoscendone la preziosa funzione sociale. Ne abbiamo parlato con Sofia Donato, mamma “caregiver”, presente alla manifestazione.

 

Innanzitutto, che significa essere una mamma caregiver, ce lo spiega?

«Essere caregiver famigliare significa avere all’interno del proprio nucleo familiare, una persona con disabilità grave. Si usa dire che si è caregiver in ogni disabilità, ma non è vero, non tutte le disabilità necessitano di una caregiver. Ce n’è bisogno in quelle che hanno bisogno di un ausilio per esprimere la propria volontà e la propria necessità».

Lei è qui come rappresentante o come testimone di quale gruppo, ci spiega?

«Noi siamo caregiver familiare “Comma 255” e siamo un gruppo spontaneo nato a febbraio. Subito dopo è scoppiato il lockdown che ha costretto tutte le famiglia con disabilità a casa, più delle altre famiglie. A noi non pesa essere chiusi in casa, la clausura è il nostro pane quotidiano per tutta la vita ma è ciò che ci ha lasciato soli e abbandonati è stato che lo Stato quando ha deciso, durante l lcokdown, che noi caregiver familiari, potevamo sopperire a qualunque necessità da soli».

Oggi, a Montecitorio per cosa state protestando?

«Stiamo protestando perché alla commissione di lavori del Senato è incardinato un disegno di legge per il riconoscimento della nostra figura dal punto di vista legislativo. Ma questo disegno di legge, l’1461, non ci rappresenta, non ci dà dignità di vita e oggi è la scadenza che gli emendamenti delle forze politiche potevano presentare in commissione di lavori del Senato. Non abbiamo contezza di cosa sia stato fatto. In maniera trasversale come facciamo da mesi, abbiamo presentato a tutte le forze politiche la nostra idea di legge giusta».

Sarebbe?

«Che riconosca la differenza della nostra figura dalle altre che ruotano intorno alle persone con disabilità e che per questo, ci venga riconosciuta un’indennità mensile perché siamo persone distinte dai nostri cari».

Attualmente cosa vi viene riconosciuto?

«Assolutamente nulla!».

La richiesta è di?

«Di un’indennità che ci permetta di rientrare presto nel mondo del lavoro, perché molti di noi sono diventati genitori così presto, da non poterci neanche entrare, in questo mondo del lavoro. Ma anche di poter mantenere il lavoro di cura familiare con l’attività lavorativa. Quindi vogliamo tutele e non servizi. Vogliamo tutele e indennità crescenti, perché non tutti abbiamo bisogno dello stesso pacchetto. Questo dev’essere valutato sulla base della situazione specifica».

Quanti sete e solo donne? E’ più la mamma a fare da caregiver?

«Questo riporta in auge la condizione femminile, è un problema di pari opportunità: quelle che rinunciano al lavoro sono le donne. E la cosa straziante è che le donne rinunciano e basta e quindi anche in tante situazioni monoparentali si rinuncia al lavoro entrando in un sistema di impoverimento che finirà per pesare inevitabilmente sullo Stato».

Chi vi ha ascoltato, chi vi ha dato la parola, siete riusciti a parlare in Parlamento con qualcuno?

«Oggi ci ha invitato la presidente Lorefice degli Affari sociali della Camera e alle 17,00 la incontreremo. Verremmo ascoltati anche in Commissione diritti umani del Senato. Trasversalmente abbiamo incontrato tutte le forze politiche».

Voi siete qui perché volete chiedere faccia a faccia le cose, in modo che qualunque promessa venga fatta sia un nodo nel fazzoletto?

«Noi siamo qui perché portare in piazza i familiari che accudiscono le persone con disabilità, soprattutto dopo il lockdown è molto difficile. Portarne anche solo 50 è un risultato enorme ma noi vogliamo che ogni famiglia riacquisisca la propria capacità contrattuale con i servizi, perché questo le famiglie nel tempo stanno perdendo. Le famiglie vivono il loro dolore profondo nel silenzio ma quando si aggiunge alla solitudine, diventa rabbia, ma noi vogliamo canalizzare questa rabbia e far capire all’opinione pubblica e al Parlamento che siamo qui per questo».

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