Un “club del sesso” organizzato da bambini di appena 9 anni direttamente nelle scuole elementari, con la regola ferrea di visionare e condividere video pornografici violenti per poterne fare parte. Sembra un’assurdità ma - per quanto raccapricciante - è un fatto successo davvero e denunciato da Alberto Pellai, tra i più noti psicoterapeuti dell’età evolutiva in Italia, in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera a firma della giornalista Manuela Porta. Un episodio drammatico che purtroppo non rappresenta un caso isolato, ma soltanto l’ennesima, visibile punta di un iceberg sommerso che cresce ogni giorno di più.
Il caso in una quarta elementare
In una normale classe di scuola primaria, attraverso le chat di WhatsApp e Telegram, alcuni bambini hanno creato un gruppo chiamato appunto “il club del sesso”. L’ingresso era subordinato a una prova: guardare e a volte inviare video e immagini hard di estrema violenza sessuale, rapporti orali, rapporti a tre, scene con uso di oggetti. Quando il materiale è arrivato anche alle bambine della classe o è stato scoperto da alcune di loro, le reazioni sono state devastanti: una bambina ha vomitato per il ribrezzo e lo shock, altre sono scoppiate in un pianto incontenibile. È stata una madre, casualmente, a intercettare la chat e a dare immediatamente l’allarme all’insegnante, portando alla luce una realtà che nessuno avrebbe mai immaginato dietro i banchi di scuola.
Pellai: «Maledetti i cellulari regalati troppo presto»
«Per la prima volta mi trovo davanti a una situazione che non so affrontare», ha confessato l’insegnante a Pellai, che riporta le sue parole. Lo stesso psicoterapeuta, visibilmente scosso, aggiunge: «Maledetti i cellulari e maledetti gli adulti incoscienti che glieli comprano sempre prima». Pellai riceve da anni, ormai con cadenza quasi settimanale, segnalazioni identiche o molto simili e avverte: «Assistiamo frequentemente a comportamenti sessuali in età precoce, che simulano ciò che accade in un abuso sessuale, anche tra soggetti di pari età, molto inesperti. Le conseguenze possono essere gravi, con effetti di traumatizzazione e di sessualizzazione precoce». Il messaggio è netto: «No allo smartphone prima dei 13 anni», come ribadito anche dalle ultimissime linee guida della Società Italiana di Pediatria. Pellai smonta inoltre il luogo comune secondo cui la cameretta sarebbe «il posto più sicuro del mondo», sottolineando che oggi è esattamente lì, soli davanti a schermi non controllati, che si consumano i danni più profondi e duraturi all’incolumità psicologica dei nostri figli.
Basta silenzi: educare subito
I genitori, sempre secondo Alberto Pellai, devono abbandonare l’illusione di controllare i figli tramite la geolocalizzazione e ricominciare a entrare davvero nelle loro vite, parlando senza tabù di sessualità, spiegando la differenza abissale che esiste tra l’amore vero e il degrado violento della pornografia online. Serve un accompagnamento costante e vigile nella navigazione, una supervisione reale e quotidiana, e soprattutto il coraggio di dire un no deciso agli smartphone regalati troppo presto. In tal senso, da anni Pro Vita & Famiglia onlus è in prima linea nella denuncia senza sconti dell’ipersessualizzazione e dell’iperdigitalizzazione dei minori, soprattutto sul web. Lo fa con incontri, convegni, iniziative di sensibilizzazione e con la Campagna “Piccole Vittime Invisibili” che raccoglie testimonianze, forma genitori e insegnanti, e chiede con forza leggi più severe per impedire alla pornografia di raggiungere i bambini con un semplice click.