18/06/2020 di Manuela Antonacci

Il Covid non è l’unica grande malattia del nostro tempo. L’ultimo libro di Francesco Borgonovo

In questo periodo di emergenza sanitaria che sembra momentaneamente essersi placata, un ruolo chiave l’ha sicuramente rivestito il mondo dell’informazione che ha dovuto coprire l'evoluzione dell'emergenza pandemia in maniera corretta, aggiornata e chiara, avendo cura di non usare toni che ingenerassero panico nei lettori ma, al tempo stesso,  evitando di cadere nella pretesa fallace di sminuire la gravità della situazione.

Insomma, un ruolo non facile e una responsabilità non piccola che tuttavia, non ha impedito la realizzazione di una disamina generale e approfondita della situazione in corso, anche alla luce, in alcuni casi, del pensiero di grandi intellettuali contemporanei e non: questo l’intento sotteso, ad esempio, nell’ultima fatica del giornalista Francesco Borgonovo, in passato caporedattore del quotidiano Libero, oggi  vicedirettore de La Verità e autore del talk show politico La Gabbia su La7.

 Borgonovo ha voluto racchiudere in La malattia del mondo. In cerca della cura per il nostro tempo, la sua ultima fatica, un’accurata riflessione sui risvolti politici economici e sociali dell’emergenza sanitaria che ci ha travolti. Ne abbiamo parlato insieme all’Autore

 

Il riferimento è al coronavirus che ha messo in evidenza tutti i punti deboli della nostra società. Dal punto di vista economico, politico, sociale. Possiamo dire che ne ha scoperchiato tutte le fragilità. Per questo Le chiedo “malattia del mondo” fa riferimento solo al virus o questa espressione va intesa in senso più ampio?

«Sicuramente va inteso in senso più ampio: il virus è un catalizzatore, qualcosa che ha fatto emergere in maniera più robusta e violenta i mali che c’erano già da prima e che nel momento del lockdown e della pandemia sono esplosi, presentando il conto, cosa che prima facevamo finta di non vedere e che invece ora si sono ripresentate in maniera più decisa».

Possiamo dare un nome a questa malattia?

«Ci sono malattie di tanti tipi, in realtà, ad esempio le cosiddette “malattie del benessere”. E poi ci sono malattie che possiamo definire spirituali. Le due cose secondo me si intrecciano: se uno non ha cura della propria anima, la cura del corpo serve a poco. E se uno invece si prende cura dell’anima senza curarsi del corpo può avere dei problemi. C’è una stretta interdipendenza tra questi due aspetti».

Quali sono, senza ovviamente anticipare troppo, i passaggi salienti della sua disamina che desidera segnalarci?

«Questo libro parla tanto di “confini”: noi abbiamo visto nel virus il lato negativo della globalizzazione che è l’abbattimento dei confini e contemporaneamente l’abbattimento dei limiti. Noi viviamo in una società che non ha il senso dei limiti fisici, ma anche della misura, non ci sono più limiti a niente. Tutti i confini sono saltati, ad esempio i confini tra le età: madri e padri vestiti come i figli e che si comportano come i figli. Saltano i confini tra i sessi, tant’è che il fenomeno del transgenderismo è l’elemento simbolico di questo tipo di globalizzazione. E’ l’idea che io posso fare come mi va, che posso anche cambiare sesso e allo stesso tempo posso senza alcun limite fabbricarmi un bambino da una madre surrogata del terzo mondo e questo è un mio diritto, punto e basta».

L’analisi della situazione attuale è affidata anche ad un dialogo serrato con i grandi intellettuali del presente e del passato intervistati oppure interrogati attraverso i loro scritti. Ci può accennare almeno a grandi linee, l’orizzonte di senso verso cui converge o intende convergere questo dibattito?

«Lo scopo di questo libro, in un mondo in cui sono saltati tutti i limiti e confini, è quello di tornare a dare importanza ai limiti e ai confini. Questo è un mondo liquido, come diceva Bauman, nei liquidi le forme si dissolvono, i confini saltano, così come l’identità sessuale, nazionale ecc. Noi dobbiamo tornare dal mondo liquido al mondo solido. Dobbiamo tornare dall’acqua alla terra. La terra è il luogo in cui ci si radica, in cui si segnano i confini sul territorio, si mettono radici. Però non basta la terra da sola, perché se ti fermi alla terra, tutto finisce lì. Invece ci vuole un altro sguardo, uno sguardo al cielo, uno sguardo verso l’alto, ultraterreno. Se non c’è qualcosa che vada oltre, qualcosa di sacro a cui ci rivolgiamo, non andiamo da nessuna parte e perdiamo il senso delle cose. Io faccio tanti esempi, uno di questi: la cura dell’ambiente. Oggi vanno tanto di moda le cure green, Greta ecc. Ora, l’attaccamento all’ambiente da solo, produce le Grete e i movimenti a tavolino ecc. Ma non c’è nessun orizzonte “Altro” in questi ragionamenti. Se invece noi cominciamo a cambiare la parola e al posto di “ambiente”, usiamo “natura” e ammettiamo che la natura è stata creata, automaticamente ci mettiamo all’interno di un ordine verticale, per cui c’è qualcosa che è sopra di noi e questo dà un senso al nostro stare nel mondo, al nostra stare nella natura e anche prendercene cura. E così non ci limiteremo a dire che per salvare il mondo basta limitare le emissioni di Co2».

Com’è nata l’idea di imbattersi in questa impresa?

«Questi sono temi su cui ragiono tutti i giorni, io cerco di interpretare i fatti di cui parlo quotidianamente sul giornale, alla luce di una visione del mondo e quando è scoppiata questa epidemia, ho scoperto che venivano alla luce un sacco di cose che non mi tornavano. Questa epidemia è stata un modo per velocizzare una serie di processi. Ora si comincia a dire che bisogna ripensare al ripartenza ma ripensarla “green” che tradotto vuol dire che le multinazionali hanno trovato un altro modo per far soldi, con una patina ambientalista, così non c’è nessun cambio di prospettiva vero. E’ una maschera dello stesso sistema che c’era prima».

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