25/03/2021 di Giuliano Guzzo

I dati confermano: la scuola non è veicolo di contagio. Inutile chiuderla

Mesi di scuole chiuse e didattica a distanza, con enormi sacrifici, disagi per studenti, insegnanti e famiglie: tutto inutile, o quasi. Quando gli storici del futuro racconteranno della pandemia tutt’ora in corso, probabilmente avranno molto da dire e da ridire sulle decisioni – assunte per la verità non solo in Italia – sulla sospensione della didattica in presenza ai fini del contenimento del contagio da Covid-19.

Questo, almeno, si evince dagli esiti di un nuovo studio ripresi dal Corriere della Sera; trattasi delle conclusioni di un lavoro condotto da una squadra di epidemiologi, medici, biologi e statistici tra cui Sara Gandini dello Ieo di Milano. La ricerca – basata sui dati del Miur, su quelli delle Ats e della Protezione civile, per un campione pari al 97% delle scuole italiane, pari a più di 7,3 milioni di studenti e 770.000 insegnanti – è infatti pervenuta alla conclusione che non esista una correlazione tra didattica e contagi.

«Il rischio zero non esiste ma sulla base dei dati raccolti», è quanto ha sintetizzato alla fine del suo lavoro di indagine Sara Gandini, «possiamo affermare che la scuola è uno dei luoghi più sicuri rispetto alle possibilità di contagio». Significa che l’impennata dell’epidemia osservata tra ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole, e che la loro chiusura totale o parziale non influisce sugli indici di contagio. Ma allora perché le scuole sono state chiuse in modo così indiscriminato e prolungato? Certamente per un atteggiamento di prudenza, d’accordo.

Viene però da chiedersi come mai si sia dovuti arrivare alla primavera del 2021 per poter avere un approfondimento sull’incidenza sul contagio della sospensione delle lezioni. Non si poteva provvedere prima? Perché non lo si è fatto? Volendo escludere la malafede, la sensazione è che la gestione della pandemia in Italia, in realtà fin dagli inizi, sia stata quanto meno approssimativa. Basti qui ricordare la velocità con, lo scorso anno, si è passati dagli «aperitivi contro la paura» e dall’iniziativa «abbraccia un cinese» ad un lockdown lungo mesi.

Tornando però alla scuola, vista questa nuova ricerca ripresa dal Corriere della Sera (non esattamente un giornaletto negazionista), c’è da dire che, oltre a fare una certa autocritica sulle chiusure disposte in questi mesi, si dovrebbe procedere – sia pure con tutte le cautele – ad una inversione di tendenza. Evitando assembramenti (specie sui trasporti) e facendo attenzione a ventilare le aule, difficilmente il contagio da Covid-19 potrebbe infatti dilagare: ora lo sappiamo. Motivo per cui non c’è tempo da perdere, visto quanto se n’è già sottratto alla didattica in presenza, quella vera, a milioni di giovani senza che nessuno potrà più ridarlo loro indietro. Non solo.

 Probabilmente ci vorrà molto tempo per fare in modo che le ripercussioni psicologiche legate alla didattica a distanza rientrino. Il senso di isolamento che questa esperienza ha creato, infatti, probabilmente durerà a lungo. «In mancanza di evidenze scientifiche dei vantaggi della chiusura delle scuole», aggiunge in proposito la dottoressa Gandini, «il principio di precauzione dovrebbe essere quello di mantenere le scuole aperte per contenere i danni gravi, ancora non misurabili scientificamente in tutta la loro portata e senz’altro irreversibili sulla salute psicofisica dei ragazzi e delle loro famiglie. La scuola dovrebbe essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire».

Parole dalle quali è difficile dissentire, e che dicono della necessità di procedere quanto prima con la ripresa della didattica in presenza, così frettolosamente – e prolungatamente – sospesa e così, fino a prova contraria, innocente. Perché purtroppo il virus c’è, ma cammina su altre gambe; non su quelle degli alunni.

 

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