03/05/2015

Homeschooling: educazione e cultura casalinga

Sempre più genitori stanno cominciando a contemplare l’ipotesi di non mandare i propri figli a scuola, preferendo un percorso di studi personalizzato che rispetti le necessità, le passioni e i tempi di ciascun bambino. È il fenomeno dell’Homeschooling.

Ne abbiamo parlato con Erika Di Martino, autrice del libro Homeschooling: l’educazione parentale in Italia, nonché collaboratrice del network per genitori www.educazioneparentale.org.

Cosa s’intende quando si parla di “educazione parentale”?
L’educazione parentale è l’istruzione impartita dai genitori, o da altre persone scelte dalla famiglia, ai propri figli. Si può coinvolgere nell’educazione chiunque abbia la voglia e la capacità di trasmettere conoscenza e abilità, sfruttando tutte le fonti di conoscenza e competenza che sono disponibili nell’ambiente circostante alla famiglia.

Quanti sono i ragazzi educati a casa nel mondo e in Italia?
Negli Stati Uniti i ragazzi sono all’incirca 2 milioni, mentre sono pressoché 70 mila in Inghilterra, 60 mila in Canada, 3 mila in Francia e 2 mila in Spagna, dati relativi al 2012. In molti Paesi siamo arrivati alla terza generazione di homeschoolers. In Italia non si hanno statistiche definitive, ma le famiglie che rifiutano la scuola sono all’incirca un migliaio e il trend è in continua crescita.

In Italia è legale non mandare i figli a scuola e scegliere di istruirli personalmente?
Certo, così come lo è nella maggior parte dei Paesi. Questa realtà è esistita da sempre, anche se sta ricevendo maggiore attenzione mediatica negli ultimi anni.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana recita: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Quindi è l’istruzione ad essere obbligatoria, non la scuola. Inoltre, l’articolo 30 recita: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. Sottolineando che l’istruzione dei figli è in primis una responsabilità dei genitori, non dello Stato.

Chi sceglie di educare a casa è sottoposto solo alla Legislazione Statale, non è quindi soggetto a norme regionali né provinciali, e uno studente può coprire tutto il proprio percorso di studi (fino all’università) senza mai mettere piede in aula. Gli esami d’idoneità e quelli di licenza, nessuno dei quali obbligatori per legge, vengono fatti per formalizzare la carriera scolastica dello studente homeschooler o per stabilire il livello dell’apprendimento dello studente nel momento in cui si desidera farlo rientrare nel percorso scolastico tradizionale.

Per educare i figli a casa è sufficiente inviare una comunicazione scritta alla direzione didattica di competenza ogni anno per l’anno successivo. Alla prima lettera dovrebbe essere allegata l’autocertificazione attestante le capacità tecniche e le possibilità economiche dei genitori. Questa è un’autocertificazione e non implica che si porti al dirigente la dichiarazione delle tasse o il vostro diploma/laurea. È un diritto praticare la scuola familiare, ma è altrettanto vero che la scuola pubblica può fare dei controlli se ha forti dubbi sull’assolvimento dell’obbligo, o se la famiglia sfugge a ogni contatto.

A livello concreto, come si fa Homeschooling?
Spiegare come si fa Homeschooling è impossibile perché esistono tanti metodi quante sono le famiglie che lo praticano. C’è chi preferisce seguire degli orari prestabiliti e utilizzano i testi scolastici; chi propone una materia alla volta e passa a quella successiva solo quando quella precedente è stata assimilata completamente (magari anche dopo mesi); chi integra con programmi esteri, avendo bambini bilingue. Altre famiglie ancora praticano l’unschooling, che è un proseguimento dell’attachment parenting e che porta a un apprendimento naturale che segue i ritmi e le passioni del bambino. La famiglia sceglie cosa e come imparare orientandosi grazie ai desideri e alle inclinazioni dei propri figli, i quali imparano attraverso la conversazione, il gioco, la lettura e la scrittura, le lezioni all’aperto, il lavoro manuale, le attività in casa, e per i più grandi anche con i vari lavori di volontariato, e con l’apprendistato.

Fare educazione parentale non significa creare una scuola, con questo s’intende costituire una struttura/spazio con classi, routine e orari. Per fare questo è necessario essere in regola su svariati fronti (assicurazione, ASL, permessi del Comune, etc.) e comunque non sarebbe considerato veramente Homeschooling, dato che l’educazione dei propri figli verrebbe così delegata in toto a esterni. Comunque ci sono svariate esperienze di questo tipo in Italia e all’estero, per approfondire l’argomento è sufficiente fare una ricerca sulle scuole libertarie/democratiche.

Bludental

Cosa risponde a chi avanza obiezioni sulla socializzazione dei bambini che non vanno a scuola?
Innanzitutto bisognerebbe chiedersi quale tipo di socializzazione sia quella che vivono i bambini a scuola.

Rimanere chiusi in un edificio, confinati in una classe di bambini che hanno tutti la stessa età, dove bisogna stare seduti per la maggior parte del tempo e dove si deve persino chiedere il permesso per andare in bagno, non rappresenta lo scenario ideale per socializzare. Inoltre ogni classe può contare episodi di bullismo più o meno gravi, situazioni di competitività esasperati e una generale ricerca di status futili e dannosi (per esempio: giocattoli, vestiti, linguaggio volgare, tabagismo, sessualizzazione precoce). Questi sono tutti esempi di una socializzazione “malata”, cui molti genitori rifiutano di sottoporre i propri figli.

Mentre gli scolari socializzano in un ambiente controllato e artificiale, i bambini educati a casa vengono in contatto con la società, con il mondo intero, e interagiscono con esso in prima persona. Un homeschooler si trova a confrontarsi con persone di tutte le età, in molteplici contesti. Socializzare significa sviluppare rapporti interpersonali adeguandosi alle regole della vita in società, e le dinamiche della classe sono ovviamente limitative in questo senso. Risulta quindi evidente che gli homeschoolers abbiano una marcia in più, essendo liberi da costrizioni di spazio e tempo e potendo sperimentare sulla propria pelle cosa significa interagire con l’ambiente esterno. Incontri sportivi, gite istruttive, lezioni di arte, danza, musica, visite ai musei, spettacoli a teatro, volontariato, uscite per fare la spesa, incontri tra amici, offrono interessanti opportunità di arricchimento sociale, culturale e civico al di fuori del sistema scolastico tradizionale.

Inoltre sono proprio i genitori che dovrebbero trasmettere le regole e i valori del vivere in società ai propri figli per farne dei cittadini competenti e navigati, invece di aspettarsi che sia la scuola a farlo. I problemi sociali che stiamo vivendo sono anche causati da questa delega cieca delle famiglie alle istituzioni che certamente non possono coprire il ruolo dei genitori. Tramite l’Homeschooling i genitori tornano a fare propria questa responsabilità fondamentale per il benessere psico-fisico dei propri figli e per l’intera società.

Giulia Tanel

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