13/11/2021

Halloween, la morte e le zucche vuote

Tra i pochi meriti del 2020 vi è senz'altro l'aver limitato la celebrazione di Halloween. Stavolta non siamo stati altrettanto fortunati. Così, forti della sbandierata ripresa economica “post pandemica”, in verità più eterea degli spiritelli che popolano l'immaginario di questa festa, rieccoci a fare i conti con zombie, streghe e quant'altro accompagni quella sinergia di decadenza e consumismo da cui Halloween trae la sua forza per imporsi. Del resto, la sovrastata celebrazione di Ognissanti offre spunti poco frizzanti contro il logorio della vita moderna, e a nessuno piacciono i mortori. Meglio dunque dimenticarla ed abbracciare lo spirito spumeggiante della nuova consuetudine, anche per coerenza con lo stato attuale delle cose: mentre ci troviamo ben distanziati per paura di ogni contatto fisico, e armati di ffp2 o chirurgiche, come fare a non mascherarsi per l'occasione e fuggire dal prossimo, opportunamente travestito per apparire ripugnante? Se rifiutassimo, rischieremmo di trovarci impelagati anche qui in fastidiosi battibecchi per aver espresso indifferenza o contrarietà nel conformarci. Un po' come accade quando ci si dimentica di bardarsi appena saliti in autobus o di provvedere all'abluzione delle mani col salvifico gel all'ingresso di un negozio. Lo sanno bene i più giovani che, fatto strano, oltre ad essere maggiormente coinvolti nella celebrazione di Halloween, sono anche quelli più pressati da queste prescrizioni sanitarie, ad esempio nelle scuole. In tali aspetti, tra loro compatibili, si inquadra una rappresentazione drammatica dell'eterna lugubre carnevalata che è divenuto il vivere quotidiano, nell'impotenza a reagire o nell'acquiescenza forzata di tutti coloro che ne prendono parte. Anche in questo, Halloween può risultare rappresentativa della decadenza nella quale siamo precipitati, che nell'attuale crisi si carica di un significato ancora più dirompente.

 

Con l'entusiasmo di una moltitudine di gusci vuoti (e zucche) che bramano di essere riempiti di un significato altrettanto vacuo, gli adepti di questo culto ne continuano a proclamare i presunti vantaggi, senza forse aver chiaro di che parlano. Tra questi l'illusione di esorcizzare la più atavica delle paure: la morte. E' veramente incredibile che qualcuno provi a sostenerlo in un momento in cui ogni scelta politica, economica e sociale appare orientata da un paura esasperata di perdere la vita. Agiamo con la pretesa di poter preservare l'esistenza terrena ad ogni costo, persino quando ciò significhi ridurla in prigionia, ad uno stato di semi vegetativo che la svuota di dignità. Una vita da zombie, potremmo dire per restare in tema. Probabilmente anche qui, di fronte all'evidente inefficacia e velenosità del lungo trattamento che ci ha condotti a tal punto, la soluzione proposta sarà rincarare la dose del veleno stesso: più superficialità, più grigiore, più desacralizzazione. Con nuovi risultati che non tarderanno ad arrivare.

 

Anzi, qualcuno di questi è già arrivato. Basti pensare alla nuova simpaticissima moda pubblicitaria delle imprese di pompe funebri di esporre i propri servizi con ironia. La morte, sterilizzata del suo significato umano più profondo, inevitabilmente intriso di dolore, viene ridotta a merce e trattata con un cinismo inedito. Si spoglia il rituale funebre del suo significato sacro, per rimpiazzarlo con l'echeggiare di una risata ebete da vendere a buon mercato. 

 

Halloween non può non aver contribuito nel portarci a questo. La sua pratica ha l'effetto di assuefare l'immaginario collettivo all'orrido, e di far assorbire sin dalla prima infanzia una propensione alla necrocultura, dentro una cornice di ilarità che rilassa le difese della coscienza. Una preparazione a quel vivere disumano di cui, in questi ultimi due anni, riteniamo di aver ricevuto un primo assaggio. Ci ritroviamo a guardare con divertimento gli aspetti della nostra esistenza più delicati ed escatologici, coltivando indifferenza e cinismo rispetto agli eventi drammatici di chi ci è prossimo e - perché no? - addirittura i nostri. Un po' come quel Joker riveduto e corretto che, nella pellicola cinematografica dell'immediato periodo pre covid, ha attratto l'empatia di un pubblico ormai pronto a riconoscere e persino identificarsi nelle ragioni sofisticate della risata schizoide dell'enigmatico personaggio. Una risata isterica, espressione di una vocazione antisociale, forgiata da una vita di brutture e di cattiverie subite da una realtà estremamente individualista, disumana e orientata allo scarto di chi non è conforme. Ricorda qualcosa?

 

La celebrazione di Halloween, con la superficialità e la simbologia macabra che si porta dietro, tradisce l'adesione delle masse ad una concezione della morte estremamente bipolare, che proprio nella sua ambiguità confessa l'intrinseca finalità amorale, contraria all'ordine naturale: da un lato il terrore della morte, ben lungi dall'essere esorcizzato, imperversa senza l'antico pudore tipico di chi considerava il pellegrinare terreno un mezzo e non un fine; dall'altro, il morire umano viene svuotato di sacralità fino a diventare oggetto di scherzo o persino di divertimento, concludendo col ridimensionare il valore della vita che si pretendeva di tutelare col primo atteggiamento. Non a caso parlare di morti oggi, sbandierando statistiche più o meno oggettive, è divenuto un campo di battaglia che riduce la questione umana ad un aggregato numerico di cui servirsi strumentalmente per avvalorare scelte politiche, prevaricando le tesi dell'interlocutore. In TV, i fan dei lockdown tifano senza rimorsi per la saturazione delle terapie intensive, in modo da giustificare nuove restrizioni. Sui titoloni dei giornali si parla trionfalmente dell'ecatombe di pensionati in termini di risparmio per le casse dello Stato, con la stessa imperdonabile leggerezza. Con altrettanto impoverimento si scherza sulla gravità di incidenti fatali, o della possibilità di subire danni o perdere la vita nell'adesione alla campagna vaccinale, considerando il malcapitato come vittima di un male necessario da derubricare in nome del mors tua vita mea, alleggerendo eventualmente il carico con battute di spirito decisamente fuori luogo.

 

In questa sbornia, osserviamo una propensione generale a mettere come fiches su un unico piatto da gioco l'esistenza propria e quella altrui, assegnandovi il misero valore di un qualsiasi coccio. Pretendendo, però, di farvi guadagni milionari. Ci si illude di poter ridurre il mistero della vita umana a quel decantato interesse collettivo di cui si parla tanto, cui sacrificare tutto per un presunto bene superiore. Il quale, tuttavia, proprio in virtù della sua astrattezza, anziché valorizzare la dignità umana finisce con il rinnegarla spietatamente. Riusciremo ad accorgercene e reagire con la maschera da zombie in faccia?
 

Andrea Ingegneri 

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