Fake news sulla pena di morte in vista del WCF

Dell’ondata di fake news abbattutasi in queste ultime settimane sul Congresso Mondiale delle Famiglie che si terrà a fine mese a Verona abbiamo già avuto modo, su questo portale, di scrivere diffusamente. Ciò nonostante, alcune continuano purtroppo a circolare in rete e non solo, con il risultato che più di qualcuno, purtroppo, si sarà fatto un’idea totalmente distorta di questo appuntamento. Tra le fake news più odiose, spicca senza dubbio per gravità la calunnia messa in giro ai danni della parlamentare ugandese Lucy Akello, accusata da articoli infamanti – e perfino ad un’apposita interrogazione parlamentare -, di voler reintrodurre la pena di morte per le persone gay.

Un’accusa a cui l’interessata non ha mancato di replicare con una nota di suo pugno, che pare il caso nuovamente di riportare. «Io sottoscritta Lucy Akello», recita questo comunicato, «membro del Parlamento dell’Uganda dal 14 dicembre 2015, dichiaro di non aver mai firmato, né sostenuto alcun disegno di legge che prevedesse la pena di morte o l’ergastolo per gli omosessuali. Quando, infatti, un simile disegno di legge fu discusso al parlamento, non ero ancora deputata. Al contrario, mi oppongo fermamente alla pena capitale e svolgo attivamente campagne contro ogni forma di pena di morte per chiunque».

Al di là della questione Akello, fa comunque sorridere che si accusino gli organizzatori dell’evento di Verona – e più in generale i cattolici -, di covare simili sentimenti di odio verso le persone omosessuali; e fa sorridere soprattutto alla luce del fatto che la storia del cattolicesimo, tutta, testimonia convinta apertura e accoglienza verso chiunque, gay inclusi.

Una storia che infatti dice che furono proprio i Paesi di tradizione cattolica i primi a depenalizzare l’omosessualità: la Francia (1810), l’Italia (1866) e la Polonia (1932). Ben più tardi, su questo versante, sono arrivate l’anglicana Gran Bretagna (1967), la Germania comunista (1968), la luterana Norvegia (1972) e Israele (1988). Che perfino gli uomini di Chiesa non temano di parlare o addirittura di elogiare degli omosessuali, è poi suffragato da casi clamorosi, come alcuni interventi per esempio di Joseph Ratzinger, teologo da anni apostrofato come il “Grande Inquisitore”, nei quali il futuro papa, per raccontare la bellezza della conversione, scelse di esaltare nientemeno che la storia dello scrittore Julien Green (1900 – 1998), notoriamente omosessuale.

Lo stesso, temutissimo Catechismo della Chiesa Cattolica impone a ogni cattolico di guardare le persone omosessuali «con rispetto» evitando nel modo più assoluto «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (CCC, n. 2358). Come dunque si possa giungere anche solo a sospettare che al Congresso Mondiale delle Famiglie possano avere diritto di parola oscuri figuri che sognano l’ergastolo o il patibolo per gli omosessuali è un mistero.

Esattamente com’è misteriosa, tanto è enorme, la faccia tosta del mondo politico e giornalistico progressista, che da una parte calunnia i pro family vaneggiando di pena di morte e dall’altra, quando si tratta di dialogare con Paesi come l’Arabia saudita – che la pena di morte per l’omosessualità la prevedono davvero, e a tutt’oggi – fa finta di nulla, in nome del politicamente corretto. Si può dunque accettare non dico prediche, ci mancherebbe, ma anche solo critiche da pulpiti tanto incoerenti come quelli della galassia dem e liberal? È il caso di chiederselo perché, a pochi giorni dall’inizio della kermesse, tante e troppe cattiverie gratuite sono state dette sul Congresso di Verona da gente che, a ben vedere, meriterebbe d’essere liquidata con tre parole soltanto: senti chi parla.

Giuliano Guzzo

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