12/01/2021 di Manuela Antonacci

Ecco come il lockdown uccide la scuola. I dati allarmanti commentati da suor Anna Monia Alfieri

Un dato allarmante che si sta diffondendo in queste ore, insieme a tutti i dati preoccupanti legati a questa lunga pandemia, riguarda il mondo della scuola: durante il lockdown almeno un ragazzo per classe avrebbe abbandonato gli studi.

Tra le cause principali della dispersione scolastica, la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione, a causa della didattica a distanza e di tutti i limiti cognitivi che essa comporta. Lo rivela un'indagine Ipsos, "I giovani ai tempi del Coronavirus", per Save The Children, da cui emergerebbe che, tra gli studenti tra i 14 e i 18 anni, circa 34mila alunni delle superiori rischiano l'abbandono scolastico.

Ne abbiamo parlato con suor Anna Monia Alfieri referente scuola per l’Unione dei Superiori Maggiori d’Italia che tanto si sta battendo per salvare il diritto all’istruzione, contro quello che lei definisce il “sistema iniquo della Dad”. Ci spiega lei stessa il perché.

 

Suor Anna, vogliamo commentare il dato emerso dall’indagine Ipsos?

«Vorrei che in queste ore l’Italia venisse tirata fuori da quell’ “effetto sorpresa”, basta! Tutto è ed era prevedibile. Se noi continuiamo con questo atteggiamento di finta meraviglia, non facciamo che lavarci le coscienze e non possiamo permettercelo. Qui siamo tutti quanti responsabili di questo fenomeno che in queste ore deve diventare allarme e deve diventare virale. Avevamo denunciato ampiamente che il sistema scolastico italiano, già prima del Covid, era un sistema scolastico iniquo, tendente ad alimentare le disparità, per le ragioni che abbiamo ampiamente trattato e dimostrato. Con il Covid la scuola ha chiuso, non a causa del Covid, ma perché le tre cause limite del sistema scolastico italiano: sovraffollamento aule, mezzi di trasporto e carenza d’organico, non erano più gestibili in modo da glissare come avveniva prima del Covid».

Dunque sta dicendo che quello sulla dispersione scolastica è un allarme un po’ tardivo dato che le difficoltà legate alla ripartenza della scuola erano emerse sin da subito?

«Certe difficoltà bisogna gestirle seriamente. Noi abbiamo solo perso tempo: abbiamo pensato di risolvere tutto con i banchi a rotelle, abbiamo pensato che c’erano il gel e le mascherine che salvavano tutto e abbiamo perso ben 200 giorni estivi. In quei 200 giorni, mentre in tutta Europa la scuola ripartiva e noi rimanevamo chiusi, abbiamo perso un milione e seicentomila alunni non raggiunti dalla didattica a distanza, che sono i poveri che vivono nelle periferie e nel centro-sud. Perché sono i ragazzi che già prima del Covid erano svantaggiati. Con la didattica a distanza la loro situazione è peggiorata, perché mancava la strumentazione e mancavano le risorse. Trecentomila alunni disabili, che erano discriminati prima del Covid, col Covid e con la DAD, sono stati isolati».

Sta facendo riferimento a cifre importanti, Le risulta che il governo si sia davvero mai confrontato con questi dati?

«Questi numeri gridavano al Parlamento, gridavano al governo, dovevano essere ascoltati perché sono numeri di gente che stavamo perdendo per strada, riconsegnandola alla mafia e alla camorra. Noi non abbiamo fatto niente, abbiamo aspettato settembre, con l’illusione che, siccome la curva dei contagi era decresciuta e la scuola italiana era chiusa, a causa del Covid, potevamo riaprire. Falso! Perché non solo non siamo riusciti a riaprire ma abbiamo riaperto a macchia di leopardo».

Perché a “macchia di leopardo”, ci spiega?

«Nel senso che il limite del sistema scolastico italiano che era regionalista in pre-Covid e vedeva la Lombardia e il Veneto ai primi posti e la Campania e la Sicilia agli ultimi, così si è comportato alla riapertura. Apre la Lombardia, apre il Veneto, ma, la Campania, la Sicilia e la Lombardia non aprono. Altro che effetto sorpresa! Era tutto prevedibile! Poi cos’è successo? Quando abbiamo riaperto a settembre, lo stesso abbiamo escluso i poveri alunni disabili. Il sovraffollamento dei mezzi di trasporto chi ha escluso invece? I ragazzini che stavano nelle periferie, che devono andare in centro per andare a scuola. Chi altro ha escluso? I ragazzini disabili perché se non si è riusciti a nominare i docenti perché si ha una carenza di organico già in pre-Covid, perché c’è un alto numero di precariato nel nord, perché i docenti vivono nel sud e si devono spostare nel nord per lavorare e se prima lo facevano con sacrifici, con il Covid, causa chiusura regioni, non l’hanno più fatto. Dunque non ci sono più i docenti. A settembre, appena la curva dei contagi si è impennata, è stato giocoforza, i sono ripresentati i problemi. E con la scusa dei contagi legati al Covid, abbiamo tranquillamente chiuso. Anzi, messo allo scontro il diritto alla scuola, con il diritto alla salute. Invece, in tutto il resto d’Europa rimaneva aperta. E cosa abbiamo fatto ad ottobre, novembre e dicembre? Assolutamente niente. Sulle tre cause che ho enunciato (sovraffollamento aule, mezzi di trasporto e carenza d’organico) non abbiamo fatto praticamente nulla e i poveri disgraziati a cui va la nostra solidarietà, ovvero i docenti e i dirigenti della scuola statale, privati dell’autonomia organizzativa e di risorse, non hanno potuto e non possono fare programmazione e dunque nemmeno vincere questa sfida educativa e didattica. E’ chiaro, allora, che la scuola non è ripartita. Motivo per cui abbiamo 34.000 alunni che hanno abbandonato. Tutto ciò era ampiamente prevedibile, non ha senso parlare di effetto sorpresa».

Dunque ci sta dicendo che il diritto all’istruzione, non viene garantito davvero a tutti?

«Di fatto, questi ragazzini particolarmente penalizzati dal sistema, rischiano di essere consegnati alla mafia e alla camorra che per loro diventa l’unica alternativa. Ma non solo, andiamo a ritroso, interroghiamoci sul perché la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, all’articolo 26, afferma che il diritto all’istruzione dev’essere libero gratuito e garantito per tutti? Perché dice chiaramente che favorisce l’integrazione, la maturazione di una tolleranza, la non discriminazione del diverso, permette a tutti di partecipare alla vita civile, anche a chi ha una condizione sociale ed economica più svantaggiata. Se non lo facciamo, che succede? Avremo tutti questi problemi irrisolti. A settembre abbiamo messo allo scontro il diritto alla salute con il diritto alla scuola, a gennaio abbiamo messo allo scontro le Regioni, perché abbiamo detto che è colpa delle Regioni, la scuola non riparte in queste condizioni e a giugno, avremo un aumento della delinquenza e della violenza minorile. Stiamo creando una serie di fenomeni, primo per non curanza e secondo perché non vediamo le vere cause di questo disagio. Allora dobbiamo rendere autonoma la scuola statale, libera la scuola paritaria, dare 5.500 euro alle famiglie perché siano veramente libere di scegliere la scuola più adatta ai propri figli. Possiamo far ripartire la scuola in sicurezza e fare un censimento dei docenti. Guardi, se il Parlamento si impegna davvero in tutto questo, tempo un mese e fa ripartire la scuola in Italia e per sempre, come in tutta Europa. Altrimenti ripartirà direttamente a settembre, con un diritto all’istruzione che è diventato un privilegio. La capacità dell’Italia di incidere nell’Europa e nel mondo, allora, sarà pari a zero, ma evitiamo almeno l’ipocrisia di sentirci il fanalino di coda dell’Europa perché è una situazione sulla quale non si è voluti intervenire».

 

 

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