26/04/2019

Droga e prostituzione: il disagio non deve diventare un business

Legalizzazione squillo e cannabis per evitare la patrimoniale? A giudicare dai rumors che si rincorrono da alcuni giorni in parlamento, il governo avrebbe bisogno di 23 miliardi di euro per non essere costretto ad aumentare l’Iva o reintrodurre un’eventuale impopolarissima tassa sulla prima casa.

E secondo uno studio commissionato dalla Banca d’Italia nel 2012, la legalizzazione di droga e prostituzione, genererebbe 170 miliardi di Pil in più all’anno, con un gettito erariale di poco meno di 10 miliardi, cui si aggiungerebbe il risparmio, stimato per un totale di 500 milioni l’anno, in merito alle spese per le forze dell’ordine, non più impegnate nella repressione di questi due settori. I due partiti di maggioranza si trovano ora a un bivio. È noto che la Lega vorrebbe la riapertura delle case chiuse, ipotesi osteggiata dal Movimento 5 Stelle, mentre i pentastellati hanno già presentato in Parlamento la loro proposta di depenalizzazione della cannabis, che però non piace agli alleati.

Ma le due ipotesi di legalizzazione sembrerebbero destinate a incrinare ulteriormente i già fragili equilibri nell’esecutivo. Lega e M5S hanno ora tre alternative: accettare l’ennesimo compromesso per salvare i conti dello Stato, il governo e (forse) i consensi elettorali; approvare misure “lacrime e sangue” che inevitabilmente farebbero perdere voti; rompere definitivamente l’alleanza per rimanere fedeli ai propri programmi e, paradossalmente, al “contratto di governo”.

Il bene comune, tuttavia, è un concetto che va ben oltre la quadratura delle finanze dello Stato o del consenso elettorale, lo ricordiamo sia alla Lega eche al M5S. Legalizzare la droga o la prostituzione non darà ossigeno all’economia privata e pubblica se, a lungo andare, i disagi che ne alimentano il business rimanessero irrisolti, anzi, ne risultassero incentivati. Consumare droghe o “sesso mercenario” è indubbiamente un sintomo di alienazione ed è foriero di comportamenti antisociali, che di certo non alimentano il benessere collettivo. Oltretutto, fino a prova contraria, disagi e alienazione, nel lungo periodo, non aiutano nemmeno il Pil.

Luca Marcolivio

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