20/11/2020 di Giuliano Guzzo

«Dobbiamo promuovere la famiglia in ogni modo». L'intervista a Lorenzo Fontana

Da pochi giorni l’on. Lorenzo Fontana ha ricevuto da Matteo Salvini un nuovo significativo incarico: quello di  capo dipartimento Famiglia e valori identitari. Un ruolo che il politico veronese, classe 1980, notoriamente vicino a posizioni pro life e pro family, promette di svolgere al meglio e al servizio, appunto, di una cultura controcorrente e libera da ideologie. Per saperne di più in proposito, Pro Vita & Famiglia ha avvicinato l’ex Ministro della Famiglia.

 

Onorevole Fontana, in che cosa consiste questo suo nuovo incarico?

«Con questo dipartimento assegnatomi da Salvini, intendo di occuparmi di formazione continua e – anche se per il momento, per ovvie ragioni, solo con eventi on line – non appena possibile con incontri in tutta Italia. Preciso che ho chiesto a Salvini di occuparmi sì di famiglia, ma anche di valori identitari, essendo le due cose strettamente legate. Sottolineo inoltre che sono molto contento di questo incarico perché, inutile negarlo, vincere le elezioni è fondamentale, però non è tutto. Servono anche, nelle istituzioni, persone in grado di spendersi per dei valori e che, quando c’è da combattere per essi, abbiano gli strumenti per farlo».

In che senso?

«Nel senso che quella sui valori è una battaglia culturale, prima che politica. I nostri giovani devono essere istruiti, capire come va il mondo. Serve insomma un nucleo di gente preparata, capace di incidere sia all’interno sia all’esterno del partito, facendo rete».

Tutto questo con riferimento ai valori della famiglia e ai temi identitari?

«Esatto. La famiglia in primis, in quanto primo tassello di una società – come si dice spesso - ma anche come tassello più importante della battaglia identitaria. La battaglia fatta sull’identità, infatti, non può prescindere dalla battaglia fatta sulla famiglia, perché quest’ultima è il primo luogo della trasmissione della tradizione e dell’identità, appunto. Del resto, che cosa sono società, un Paese, una comunità e un comune se non, pensiamoci bene, un insieme di famiglie? La famiglia è insomma l’entità principale che noi dobbiamo cercare di favorire in ogni modo, anche attraverso una certa visione dell’economia e della società nel suo insieme».

Per esempio?

«In questi giorni si vedono in televisione pubblicità che in sostanza incentivano, anche in vista del Natale, gli acquisti on line. Ecco, io chiaramente non contesto la possibilità degli acquisti on line, per carità. Tuttavia non posso neppure tacere come far riferimento ad un negozio di quartiere o presente nei nostri centri storici significa non soltanto - e non è poco - dare del lavoro a qualcuno, ma anche favorire spesso piccoli artigiani, creare identità e sicurezza spesso sostenendo realtà a conduzione familiare. Quello che voglio insomma dire è che l’economia stessa ha una funzione sociale, e ciò non va dimenticato».

Certi valori possono quindi essere promossi anche dal punto di vista economico.

«Precisamente. Ma per farlo non bisogna aiutare le grandi corporation bensì il piccolo, che come dicevo è spesso espressione di una realtà familiare che va aiutata. Dobbiamo cioè essere in grado di pensare un’economia che non aiuti solo le grandi multinazionali ma che possa essere ispirata, per così dire, ad un modello di distributismo. Ricordo in proposito quanto diceva Chesterton: “Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti”».

Quindi, come dipartimento, avverserete, se non ho capito male, anche una certa visione globalista.

«Sì, perché, per come la vedo io, oggi la vera contrapposizione non è più tra destra e sinistra, bensì tra omologazione e identità, tra globalismo appunto e identità. Con il globalismo che ha due facce – una ultracapitalista ed una socialista -, distinte ma che sovente convergono, dato che per esempio mi sembrano entrambe affascinate dal modello cinese. Ecco, noi dobbiamo contrapporci a questo con una visione identitaria che non è una visione di chiusura, come spesso viene detto, bensì di valorizzazione delle differenze. Tutte quelle differenze - tra culture, Paesi e sessi – che il pensiero dominante sta facendo di tutto per appiattire. Proprio perché sono preziose ed espressione di libertà».

 

 

 

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