06/09/2021 di Manuela Antonacci

Disabilità e vita. Cosa ci resta di Tokyo 2020. L’intervista a Matilde Lauria

Un combattimento vissuto non solo sul tatami, quello di Matilde Lauria, 54 anni, judoka napoletana sordocieca, unica della sua categoria che, con entrambe le disabilità, ha gareggiato alle Paralimpiadi di Tokyo 2020, che si sono concluse ieri.

Matilde è diventata ipovedente all’età di tre anni a causa di una miopia maligna che, negli anni, è peggiorata e dopo la vista ha iniziato a perdere anche l’udito. Nonostante ciò, sostenuta anche dalla Lega del filo d’oro, in tutti suoi impegni, si è classificata settima nella categoria -70 kg, un traguardo che, come sottolinea, lei stessa, vale più di un oro e nella nostra intervista ci spiega perché.

 

Matilde, innanzituttoncom’è nata in te la passione per il judo? Sei stata sostenuta dalla Lega del Filo D’Oro di Napoli...

«La mia passione è cominciata quando ho portato il mio secondo figlio (che oggi ha 22 anni) a tre anni, in palestra, perché desiderava praticare questa disciplina. Finché un giorno, il maestro Muscariello, dopo tre anni che mio figlio era impegnato in questo sport, mi propose di fare lo stesso. Così dopo due mesi di allenamento cominciai a fare la prima gara. Dopodiché non ho più lasciato. La Lega del filo d’oro mi ha molto supportata e aiutata su tanti fronti»

Insegni Judo ai bambini non vedenti. Cosa ha significato lo sport nel tuo percorso di vita e cosa vuoi trasmettere ai tuoi piccoli allievi?

«A dire la verità faccio molti sport. Li ho sempre fatti fin da piccola, spronata da mio padre che mi esortava a condurre una vita più normale possibile. Io, ai ragazzi piccoli, dico sempre, affidatevi e combattete da eroi, nel senso, di dare voce al loro essere. Poi dico sempre a tutti che la disabilità va vissuta e non combattuta. Quindi va detto pienamente “Io ci sono, sono come gli altri”».

Possiamo dire che tu affronti le “olimpiadi”, ogni giorno, a casa: sei mamma di tre bambini. Com’è la tua giornata? Più faticosa degli allenamenti?

«Allora, ora avendo la figlia maggiore che ha 26 anni, ho un grande aiuto. Naturalmente io devo organizzare per tempo tutte le mie cose. È più faticoso per me organizzarmi, perché procedo molto più lentamente, rispetto ad una persona normodotata. Ho i miei tempi, faccio tutto regolando ogni cosa per tempo, in modo preciso. Se ho gli allenamenti programmo la cena, ad esempio regolando il forno per strada con il mio cellulare, idem per le altre incombenze: mi sono dotata di dispositivi che mi aiutano. Cerco di far incastrare scuola, pulmino del figlio più piccolo e in questo la Lega mi aiuta tantissimo perché sono loro che spesso mi accompagnano di qua e di là, mi aiutano anche con le visite mediche».

Hai partecipato alle paralimpiadi di Tokyo 2020, dove ti sei classificata settima nella categoria meno 70kg. Cosa ha significato per te questo traguardo?

«Per me questo traguardo ha significato molto più che la medaglia d’oro: infatti non esisteva un sordocieco che facesse judo. Quindi per me è stata la soddisfazione più grande che potessi avere, perché me la sono sudata e lavorata. Ho fatto una grande fatica ad arrivare dove sono arrivata, considerata la mia difficoltà. Devo dire che la cecità la gestivo abbastanza bene, ma la sordità mi è arrivata davvero tra capo e collo, è stata davvero molto dura, perché abbassare il volume della voce, è stato come abbassare il volume della vita, perché con l’udito mi orientavo. Poi è arrivata in un momento in cui avevo appena partorito mio figlio: avere un bambino in una situazione di sordocecità è stata abbastanza dura. Ho dovuto vivere una gioia accompagnata da una certa tristezza: mi sono dovuta fare una grande forza. Peraltro la burocrazia non aiuta affatto, anzi... Perciò alle paralimpiadi ho voluto dimostrare che io ci sono, non sono silenziosa e mi devono sentire per tutta la vita: la categoria dei sordociechi non è affatto silenziosa. È silenziosa perché è la burocrazia che la rende silenziosa non dando loro alcun supporto: se tu non senti e non vedi, come comunichi se non ti danno alcun supporto?».

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