16/10/2019

Decreto “salvaprecari”: un’arma letale contro la libertà educativa

Con l’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto “salvaprecari”, circa 60mila lavoratori con almeno tre anni di servizio saranno finalmente assunti nelle scuole italiane. Le prime 24mila assunzioni saranno riservate a chi supererà un concorso straordinario aperto a chiunque abbia accumulato almeno 36 mesi di servizio nella scuola secondaria statale di primo e di secondo grado. Altre 24.500 cattedre saranno assegnate mediante concorso ordinario, mentre gli altri 11.263 posti andranno al personale Ata e amministrativo. In tal modo, tali precari saranno assunti a partire dall’anno scolastico 2020/2021. Il tutto con grande giubilo del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, e, in parte, anche delle sigle sindacali scolastiche.

Una volta tanto una buona notizia sulla scuola, diranno in molti. Invece no: c’è una minoranza, comunque numerosa e rispettabile, di precari non abilitati al concorso. Stiamo parlando di circa 2200 docenti delle scuole secondarie pubbliche paritarie. Nella misura in cui, la legge 62/2000 prescrive l’obbligo di avvalersi di docenti abilitati, la stragrande maggioranza delle scuole paritarie rischiano di chiudere per carenza di insegnanti. Nel decreto non è nemmeno previsto un percorso alternativo per questo tipo di docenti.

Poche le voci fuori dal coro rispetto al decreto “salvaprecari”. Tra queste spicca la Federazione scuole paritarie (FIDAE) che, per voce della sua presidente Virginia Kaladich, ha affermato: «In questo modo i nostri insegnanti saranno doppiamente penalizzati e discriminati. Da un lato, non potranno partecipare al concorso e, dall’altro, si vedranno scavalcati da colleghi della scuola statale che, invece, avranno potuto accedere ai percorsi abilitanti loro preclusi. Eppure, non hanno nulla di più, ma neanche nulla di meno, rispetto agli insegnanti delle scuole statali. Anche per questo motivo, risulta incomprensibile questa ulteriore discriminazione nei loro confronti. Cui auspichiamo si voglia porre rimedio».

Con il decreto “salvaprecari”, nell’indifferenza generale, il governo giallorosso sta compiendo dei clamorosi passi indietro sul fronte della libertà d’educazione, principio sostenuto dalla nostra Costituzione sia all’articolo 3 («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese») che all’articolo 33 («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»). Un principio tutelato anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che all’articolo 26, comma 3 afferma: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli». Il venire meno delle scuole paritarie andrebbe quindi a ledere tale diritto.

Il decreto “salvaprecari”, evidentemente, non va a decretare la chiusura per legge delle scuole paritarie, tuttavia, pur di affossarle, si aggrappa a un cavillo: «Al fine di contrastare il ricorso a contratti a tempo determinato nelle istituzioni scolastiche statali e per favorire l’immissione in ruolo dei relativi precari, il servizio di cui al comma 5, lettera a), è preso in considerazione unicamente se prestato nelle scuole secondarie statali», si legge all’articolo 6 del decreto.

In tempi di privatizzazioni e di tagli draconiani alla spesa pubblica, se c’è un settore in controtendenza è proprio la scuola. L’incentivo agli istituti paritari farebbe risparmiare milioni di euro all’istruzione pubblica, pertanto, è molto facile dedurre che il provvedimento, fortemente voluto dal ministro Fioramonti, è di natura puramente ideologica. Un’istruzione libera fa paura ai “padroni del discorso”. Forse perché, senza una vera libertà educativa, anche la libertà di espressione diventa una chimera irrealizzabile.

 

di Luca Marcolivio
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