20/05/2020 di Manuela Antonacci

#ConnessiPerLaVita, Noia: «Stare accanto a madri e famiglie per salvaguardare la vita nascente»

Quest’ anno la Marcia per la Vita, prevista per il 23 maggio, non si terrà materialmente, essendo stata rinviata al 22 maggio 2021, ma al suo posto si terrà ugualmente un evento, sebbene, virtuale, finalizzato a promuovere gli stessi valori.

L’iniziativa dal titolo #Connessiperlavita, inizierà lunedì 18 maggio, con una serie di video, interventi e saluti di vari esponenti dell’associazionismo pro-life ma anche di singole persone che da sempre si dedicano alla difesa della vita. Verranno diffuse interviste e riflessioni sul tema della difesa della Vita e sulle ragioni per cui è necessario tutelarla. Tra gli ospiti anche il professor Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’Età Prenatale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC) e presidente de “Il cuore in una goccia”, a cui noi, di ProVita & Famiglia abbiamo rivolto alcune domande.

 

Professore con il suo intervento cosa intende comunicare, forse lo sguardo giusto con cui il medico deve guardare alla vita nascente?

«In occasione di questo intervento ho voluto porre l’accento proprio sugli occhi del cuore. Questa tragedia sociale della pandemia ci ha fatto assistere ad una fila di camion anonimi che portavano bare anonime che nell’anonimato e nella solitudine del cuore ci hanno lasciato. Una cosa terribile l’anonimato del morire. E’ giusto che la società si sia fatta domande che non si faceva da tempo: sul valore della vita e della morte. Di fronte a questo spettacolo terribile di devastazione e solitudine c’è stata questa testimonianza di 160 medici che hanno dato la loro vita per la vita fragile, 40 infermieri che hanno fatto lo stesso. Tutto questo mondo di generosità partiva proprio da una riflessione sul valore della vita. Com’è possibile, allora che si continui a non pensare, ai 14 milioni di aborti, fino ad oggi fatti in un silenzio assordante della comunità mondiale della comunità scientifica, dell’intellighenzia, di tutti coloro che hanno strumenti per vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche della mente, della razionalità? Come mai questa doppia visione, questa doppia percezione? E’ un essenziale che è invisibile agli occhi ma anche la fotosintesi clorofilliana che è alla base dell’energia dell’universo è invisibile agli occhi. Eppure nessuno, dico nessuno, si permette di dire che non è importante, pur non vedendola. Ebbene il concetto che l’embrione essendo lontano degli occhi è anche lontano dal cuore, non è accettabile, perché oggi abbiamo gli strumenti della ragione e del cuore per dire che anche queste sono vite e hanno un mondo di relazioni. La scienza ci ha fatto vedere come interagiscono con la madre già dopo il concepimento, prima dell’impianto, addirittura e non parlo da uomo cattolico ma di scienza. La relazione dell’embrione con la madre inizia esattamente sette giorni prima dell’impianto e c’è un motivo scientifico perché questo avvenga. In questo colloquio succede una cosa importantissima: quanto più è attivato questo scambio di informazioni tra l’embrione appena concepito e la madre, prima del concepimento, tanto migliore sarà la qualità dell’impianto, quindi della placenta, quindi della crescita del bambino e del peso del bambino alla nascita. Perché allora questo mondo di relazioni viene sottaciuto?»

Nelle sue ricerche ha rilevato una mancanza di supporto medico o di assistenza, non di rado l’induzione all’aborto. A ciò si accompagna un deficit di informazione: errate convinzioni sulle patologie, che portano talvolta all'aborto eugenetico. Infine fanno difetto i punti di riferimento e le forme di supporto. Alle famiglie capita di frequente di non sapere a chi rivolgersi. Questi eventi, come #connessiperlavita, seppure virtuali, possono servire a risvegliare le coscienze in merito a tutto questo?

«E’ molto importante da questo punto vista l’evento #connessiperlavita. Noi dovremmo innanzitutto conoscere le realtà italiane su cui convogliare le coppie che vivono nella desolazione. Nelle gravidanze c’è tutto un mondo di sogni e può capitare che una diagnosi causi una serie di sconvolgimenti interiori e fa piombare la coppia nella desolazione e nella solitudine di sentirsi soli e abbandonati di fronte alla scelta. Allora cosa fa cambiare la diagnosi in una sentenza o in una prospettiva di accoglienza della vita anche se fragile? Ciò che gira intorno a questa coppia, in termini di scienza, di famiglie che sentono nel cuore il sostegno psicologico e le prospettive di una medicina della speranza, anche quando questa sembra che non ci sia. Una volta che ci sono queste 3 caratteristiche. Ecco perché la fondazione “Il cuore in una goccia” che io presiedo, come Onlus, sta lavorando sotto queste tre dinamiche e aiuta le coppie che si sentono facilmente indotte in maniera spesso sottile a fare una scelta eugenetica. Infatti spesso queste situazioni che gettano le coppie nello sconforto, magari non sono conosciute molto bene dai colleghi perché non hanno esperienza di patologie e poi perché esiste questo Moloc, questo Golia che è la medicina “difensiva”, per cui la gente ha timore di impegnarsi in gravidanze patologiche sia perché non ha esperienza delle soluzioni alternative che ci sono, sia perché si teme che se succede qualcosa la coppia, questa possa ricorrere alla richiesta di risarcimento. Questi due elementi, uno di carattere culturale, cioè la non conoscenza della patologia e uno di natura culturale, cioè la paura che la donna chieda risarcimenti, inducono spesso a sconsigliare le gravidanze con patologie e quindi si sceglie la menzogna di eliminare il sofferente per eliminare la sofferenza individuale e familiare. Ma nessuna eliminazione di un essere umano può eliminare una sofferenza che è scritta non solo nel codice della credenza religiosa, ma dell’uomo. L’aborto non fa certo star bene la coppia, al di là del proprio percorso di fede, perché è l’umano che grida al cuore dell’uomo. Il rapporto tra il figlio e la madre è così intenso e reciproco che anche facendo finta che non esista, prima poi è un nodo che torna al pettine. E’ fondamentale, allora, in questi eventi come #connessiperlavita, fare quest’opera di diffusione della conoscenza, di una scienza, più ispirata a costruire che a distruggere, è importantissimo, perché se anche uno non è medico, però sa che in un posto come “Il cuore in una goccia” verrà accolto, è fondamentale».

“L’essenziale è invisibile agli occhi” soffermiamoci un attimo su questa frase del Piccolo Principe, ci può parlare del modo in cui, come medico, cerca di dare voce ai senza voce?

«Lo faccio molto semplicemente: ho deciso di tradurre tutta l’esperienza che ho maturato al Gemelli, in qualcosa che non fosse solo scientifico ma comprendesse anche l’esperienza personale delle famiglie che hanno vissuto questo problema che porta con sé emozioni, sofferenze ed esperienze, che può mettere a disposizione della famiglie che stanno vivendo le sue stesse problematiche. Infatti, nella grande famiglia de “Il cuore in una goccia” abbiamo due tipi di famiglie: le famiglie testimoni e le famiglie cireneo. Queste famiglie raccontano la loro esperienza e creano un ponte di relazioni per aiutare gli altri, spezzando una parola nel momento del dolore. Il tesoro dell’esperienza del Gemelli l’abbiamo ampliato in un gruppo hospice di specialisti di altissimo livello che, volontariamente, gratuitamente, si riuniscono, prendono in considerazione i casi, conoscono le famiglie che si rendono conto dell’importanza del loro bambino perché tanti specialisti se ne interessano. E’ un modo per dare dignità a quella vita che era stata classificata di seconda o terza categoria. Per cui questa è la sinergia della fondazione “Il cuore in una goccia”. Il modello hospice del Gemelli in questa associazione, si è tradotto, nel dare alle famiglie anche un’assistenza psicologica, anche attraverso altre famiglie e un sostegno spirituale. Queste famiglie che abbiamo aiutato hanno potuto sperimentare che la scienza prenatale non è lontana e neutra rispetto alla loro esistenza, ma si sono sentite accolte e assistite, sperimentando una scienza che si fa servizio e non che si autocompiace narcisisticamente. Questa è la dimensione per far parlare quelli che non hanno voce: le famiglie spesso abbandonate a se stesse e i bambini non nati».

 

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