27/07/2021 di Giuliano Guzzo

Con l’utero in affitto in Rai va in onda l’illegalità… e l’abominio

«Una storia d’amore da manuale». È stata presentata così, molto enfaticamente, da Gabriele Corsi - nel corso della trasmissione Amore in quarantena andata in onda sabato scorso alle 18:20 su Rai 1 – la vicenda di Emanuele e Luca, una coppia omosessuale ricorsa all’utero in affitto negli Stati Uniti e poi rientrata in Italia nel marzo 2020, con due bambini ottenuti con tale pratica; che, per la cronaca, è sempre assai costosa. Di questo però non si è parlato nel corso dell’approfondimento di questa storia, che è risultata essere un clamoroso spot all’utero in affitto.

Sì, perché il viaggio dei due uomini in America è stato raccontato in un servizio accompagnato da inquadrature romantiche e musiche sdolcinate (si è a malapena intravvista Tamara, la mamma surrogata); tanto che, alla fine, lo spettatore è indotto nel dubbio di trovarsi di fronte ad uno spot pubblicitario. In effetti, di spot si è indubbiamente trattato. C’è però un piccolo problema che, in realtà, non è neppure così marginale: l’utero in affitto – oltre ad essere eticamente inaccettabile – in Italia è reato. Non solo: è reato pure pubblicizzarlo, e neppure un reato da poco.

La legge 40 del 2004, infatti, stabilisce che chi pubblicizza tale pratica «è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro» (articolo 12, comma 6). La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 33 del 2021, attraverso un lungo iter argomentativo, ha confermato la contrarietà all'ordine pubblico  dell’utero in affitto, ed anche Corte europea dei diritti dell’uomo, con una decisione di peso datata 18 maggio 2021, ha confermato che è legittimo che uno Stato mantenga un divieto contro tale pratica.

Le leggi e le corti più illustri hanno insomma confermato quello che già il senso comune intuisce, e cioè che l’utero in affitto è una indubbia barbarie. Domanda: ma a Rai 1 tutto ciò lo sanno, ne son per caso informati? È quanto si è chiesta, correttamente, anche ProVita&Famiglia, richiamando alla loro responsabilità le autorità di vigilanza radiotelevisive ed annunciando a breve, anche il deposito un esposto alla Procura della Repubblica affinché venga ristabilita la legalità. In effetti, delle due l’una: o il comma 6 articolo 12 della Legge 40 non è più in vigore, ma se lo è deve essere rispettato. Punto. Vedremo dunque che sviluppi avrà la vicenda.

Intanto, però, una valutazione è possibile farla e riguarda la continuazione della propaganda pro utero in affitto. Una campagna che, beninteso, non ha certo lanciato Amore in quarantena.  «Proprio l’argomento dell’utero in affitto», annotava al riguardo - nel suo libro di qualche anno fa, La cultura della morte (La Vela, 2017)  il giornalista Stelio Fergola, «è propagandato con grande energia dalle serie americane. Non che chiaramente se ne parli in ogni dove, ma quando ricorre viene proposto senza tanti complimenti e, ovviamente, in un’ottica completamente permissiva». In Friends, ricordava sempre Fergola, Phoebe, una delle protagoniste, decide di portare in grembo l’ovulo fecondato del fratello e dell’anziana consorte, mentre in Everwood una donna di nome Nina vende il proprio utero per consentire a una signora di 55 anni di avere un figlio: tutto ciò era presentato senza particolari criticità, anzi, con toni sentimentali quando non lacrimevoli.

Guarda caso, lo stesso identico registro scelto da Rai1, ossia quello emotivo. Una strategia chiara che porta lo spettatore a commuoversi con la coppia che ricorre alla maternità surrogata – che tale coppia sia o meno gay, in tale aspetto non rileva -, ad emozionarsi alla vista del bambino e a dimenticare quel figlio, proprio quel figlio, in realtà è oggetto di una fredda compravendita, di un contratto con clausole e penali e, naturalmente, di transazione economica coi fiocchi. Ma queste son cose da non evidenziare, figuriamoci. Altrimenti chi ci abbocca più, alla propaganda?

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