10/04/2019

Chiara Appendino fa la guerra al ritorno di “;padre” e “;madre”

In un mondo normale, la notizia del ritorno delle diciture “padre” e “madre” sulla carta d’identità dei minorenni, ufficializzata nei giorni scorsi, non dovrebbe neppure esserci. Nel senso che non si sarebbe mai dovuti arrivare all’istituzione, nei documenti, di una terminologia gender neutral: “genitore 1 e 2”, uno dei tanti regalini – si fa per dire – dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi, varato con norma del 23 dicembre 2015; dunque il ritorno della dicitura tradizionale, a ben vedere, non rappresenta alcunché se non un ritorno a quella normalità che, da anni, ha assunto il sapore della provocazione.

Sarà per questo che il sindaco di Torino, Chiara Appendino, non ha perso tempo, precipitandosi a tuonare contro questa novità. «Come ho sempre detto», ha affermato l’esponente di punta del Movimento 5 Stelle, «penso che sia un passo indietro rispetto ai tanti in avanti che sono stati fatti in questi anni a Torino in tema di Diritti. Stiamo cercando di capire quali siano i margini a disposizione per intervenire». Come possano le diciture “padre”e “madre” costituire un «passo indietro» è ovviamente un mistero, e la stessa Appendino si guarda bene dal motivare quest’affermazione. Forse perché non potrebbe.

Infatti storicamente l’idea di sostituire “padre” e “madre” o addirittura abolirli non fa rima con civiltà ma, semmai, con ideologia comunista. Non a caso era proprio il comunista David Cooper (1931-1986), decenni or sono, nel suo testo La morte della famiglia (Einaudi, 1972), ad affermare l’inutilità delle due figure genitoriali naturali: «Non abbiamo più bisogno di padri o di madri», sottolineava infatti Cooper, «abbiamo solo bisogno di “maternage” e “paternage”». Che è esattamente ciò che tanti purtroppo pensano ora: a un figlio non servono necessariamente un padre e una madre, si dice, perché non c’è bisogno di due figure bensì, tutt’al più, «di “maternage” e “paternage”».

Peccato non esista alcuna evidenza, neppure scientifica, circa il fatto che padri e madri siano qualcosa di superato. Nessuno dei 59 studi che l’American Psychological Association ha raccolto per sdoganare le cosiddette “famiglie omosessuali”, tanto per fare un esempio, effettua una comparazione tra un vasto, casuale e rappresentativo campione di genitori gay o lesbiche insieme ai loro figli con un campione vasto, casuale e rappresentativo di genitori sposati con i loro figli; ragion per cui quando sentiamo dire – come peraltro accade spesso – che non meglio precisati studi scientifici o addirittura che tutti gli studi scientifici mostrerebbero come a un bambino non cambi nulla crescere con due mamme o due papà, o che questo sarebbe persino migliore per lui, siamo legittimati a essere critici.

Ovviamente non sappiamo se il sindaco di Torino sia informato su questo e se sia consapevole di coltivare lo stesso pensiero caro a intellettuali comunisti, e in fondo non è neppure un aspetto così importante. Quel che viene da chiedersi è invece se davvero la Appendino non abbia di meglio a cui pensare che inveire contro il ritorno delle diciture “padre” e “madre” sulla carta d’identità dei minorenni; infatti la bellissima città che amministra purtroppo si trova a dover fare i conti con numerose criticità, come attesta per esempio il crollo dell’aspettativa di vita dei cittadini che non abitano in centro; o la questione sicurezza.

Insomma, se volesse l’amministratrice pentastellata avrebbe solo l’imbarazzo della scelta, rispetto alle questioni di cui occuparsi. Le sarebbe dunque politicamente assai più conveniente lasciar perdere qualsivoglia crociata contro le diciture familiari tradizionali, che sono ancora care anche a tantissimi torinesi. Qualcuno la avverta.

Giuliano Guzzo

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