12/08/2020 di Francesca Romana Poleggi

Chi sono i giudici della CEDU?

 
 La Cedu ha mostrato in più occasioni di avere una visione piuttosto incoerente dei “diritti umani”. Forse possiamo capire il perché.
 
 
Il Consiglio d’Europa è nato con il trattato di Londra nel 1949 per la tutela dei diritti umani e della pace. Non va confuso con le istituzioni dell’Unione Europea: a esso hanno aderito 49 Stati, tra cui molti, come la Russia, non fanno parte dell’Ue. Ha sede a Strasburgo. I suoi principali organi sono il Comitato dei Ministri, il Segretario generale e l'Assemblea parlamentare. Nel 1959 i membri del Consiglio d’Europa hanno creato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu), che giudica gli Stati aderenti sulle violazioni dei diritti umani denunciate dai rispettivi cittadini.
 
Chi ha seguito il portale web di ProVita - prima - e di Pro Vita & Famiglia ora, avrà potuto vedere in quante occasioni la Cedu ha mostrato l’evidente incapacità di difendere i diritti umani. Tanto per fare solo alcuni esempi, basti pensare all’atteggiamento pilatesco (per usare un eufemismo) tenuto nelle diverse occasioni in cui le è stato chiesto se i bambini sopravvissuti all’aborto abbiano diritto di vivere (o per lo meno di morire con dignità), oppure quando i genitori di Charlie Gard e Alfie Evans l’hanno interpellata nella speranza di fermare la condanna a morte dei loro figli e di affermare il loro diritto di genitori di portarli via dall’ospedale. Avrebbe potuto, la Cedu, dare una svolta decisiva alla lunga battaglia dei genitori di Vincent Lambert, e sappiamo bene come è finita. Allo stesso modo ha respinto il ricorso dei genitori di Ines contro la Francia (anche a Ines, contro il volere dei genitori, che sostenevano che la ragazzina in certi momenti era cosciente, sono stati tolti cibo, acqua e respiratore: la Cedu ha stabilito che non c’è più il diritto alla vita, tra i diritti umani, ma il “dovere di morire”?).
Nel 2018 ha respinto all’unanimità il ricorso Annen vs. Germania: i giudici tedeschi - secondo la Cedu - hanno fatto bene a impedire al ricorrente di esprimere le sue idee, ossia che l’aborto è un omicidio e che dà luogo a un vero e proprio olocausto (che poi non sono “le sue idee”, ma è la pura verità dei fatti). I volantini e la pagina web contenevano espressioni gravi e potevano anche incitare all’odio. In particolare l’uso del termine “omicidio aggravato”, riferito all’aborto, poteva essere inteso come un’accusa ai medici abortisti di aver perpetrato, appunto, il reato di omicidio aggravato.
Al di là della questione tedesca, la notizia rimbalzata sui media è che «la Cedu ha detto che non si può dire che l’aborto è un omicidio». E gli Stati aderenti hanno l’obbligo di adeguare le loro normative alle pronunce della Corte. 
Ci sono state, poi, diverse occasioni in cui - in modo non sempre esplicito e quasi sempre piuttosto artificioso - la Cedu si è di fatto adoperata per lo sdoganamento del “matrimonio” gay e dell’utero in affitto. E forse qualcuno ricorderà quando si è pronunciata in primo grado contro l’Italia perché fossero tolti i Crocifissi dai luoghi pubblici (decisione che poi è stata cassata in appello: ma di tale pronuncia della Grande Chambre non parla mai nessuno).
Del resto i giudici della Cedu né sono eletti in modo democratico, né sono necessariamente magistrati. Non stupisce quindi che possano essere “amici degli amici”. Essi si arrogano il potere di sancire o modificare o cancellare quelli che sono i diritti inviolabili dell’uomo. Il problema di fondo è probabilmente questo: i “diritti umani” sono quelli protetti dalla legge naturale, legge scritta da Dio nella retta coscienza di ogni persona (per chi non crede: legge iscritta nella natura umana). Nessun uomo, nessuna organizzazione umana ha il potere di modificare la legge naturale e la lista dei diritti (e dei doveri) da essa sanciti. Ma sappiamo bene che l’uomo - da sempre - pretende di mettersi al posto di Dio! 
Dal punto di vista filosofico, quindi, la visione quanto meno strabica dei diritti umani della Cedu si può spiegare in quanto frutto della “volontà di potenza” di Prometeo e del conseguente relativismo imperante. Da un punto di vista strettamente pratico, invece, ci illumina un rapporto pubblicato nel febbraio scorso dall’Eclj, a firma di Gregor Puppinck e Delphine Loiseau. In esso si dimostra che perlomeno 22 dei 100 giudici permanenti che hanno prestato servizio a Strasburgo, tra il 2009 e il 2019, sono ex funzionari o collaboratori di sette Ong piuttosto note, e hanno giudicato chiaramente in conflitto di interessi in cause in cui dette Ong erano esse stesse ricorrenti o si erano costituite a supporto dei ricorrenti come terze parti.
Dice il Rapporto: «Dodici giudici sono collegati direttamente alla Open Society Foundation di George Soros, sette ai Comitati di Helsinki, cinque alla Commissione internazionale dei giuristi, tre ad Amnesty International e uno ciascuno a Human Rights Watch, Interights e all’A.I.R.E. Centre: tutte associazioni che inventano i diritti umani, che sono votate alla tutela dei migranti, delle persone con orientamento Lgbt e del “diritto umano” di uccidere (con l’aborto o l’eutanasia); tutte finanziate principalmente dalla Open Society. 
Dal 2009, ci sono stati almeno 185 giudizi in cui era coinvolta almeno una di queste sette Ong. In 88 casi, i giudici giudicanti erano in palese conflitto di interessi. Per esempio, nel caso di Big Brother Watch vs. Regno Unito, ancora pendente davanti alla Grande Chambre della Cedu, dieci dei 16 ricorrenti sono finanziati da Open Society, così come sei delle Ong che si sono costituite come terze parti. Dei 17 giudici che siedono nella Grande Chambre, sei sono collegati in qualche modo alle Ong ricorrenti. Nello stesso periodo di dieci anni, solo in dodici occasioni c’è stato un giudice che si è astenuto dal decidere, denunciando egli stesso il conflitto di interessi».
E questi dati sono valutati al ribasso: il rapporto non ha la pretesa di essere esaustivo, non tenendo conto degli stretti legami finanziari tra le varie Ong, né ha la pretesa di aver identificato tutti i casi che coinvolgono Ong - oltre le suddette sette - finanziate dalla Open Society Foundation, né ha la pretesa di aver identificato tutte le decisioni in cui è intervenuto un giudice legato a una di esse.
 
Tutto questo getta un’ombra molto oscura sull'indipendenza della Corte e sull’imparzialità dei giudici e contrasta con le norme che la stessa Cedu impone agli Stati. Il rapporto dell’Eclj propone di garantire la trasparenza degli interessi e dei legami tra i ricorrenti, i giudici e le Ong attraverso l’introduzione di una formale procedura di astensione e ricusazione dei giudici.
A seguito della pubblicazione di questa relazione, la questione è stata formalmente posta all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, conformemente all'articolo 67 del suo regolamento: mentre andiamo in stampa è in corso una raccolta firme per supportare la questione. L’Assemblea ha il compito di eleggere i giudici e il potere di investigare e formulare raccomandazioni ai rappresentanti dei 47 Stati parte della Convenzione Europea sui Diritti Umani, cui è stato altresì indirizzato il rapporto.
 
 
Fonte: Notizie Pro Vita & Famiglia, n.85, maggio 2020
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