05/11/2021 di Luca Marcolivio

Cassazione su pedopornografia, Di Noto (Meter): «Mette ancora più a rischio la sicurezza dei minori»

Non sempre ciò che è legale, è anche morale. In questa casistica ricade la recente sentenza della Corte di Cassazione, che depenalizza la ripresa di rapporti sessuali tra maggiorenni e minori tra i 14 e i 18 anni, purché i relativi video non siano divulgati. Questo, in sintesi, il pensiero di don Fortunato Di Noto su un pronunciamento che, a suo avviso, ha fatto discutere molto meno di quanto meritasse. Il vero problema, sottolinea il fondatore di Meter onlus intervistato da Pro Vita & Famiglia, risiede negli effetti concreti della sentenza, che favorirà l’ulteriore incremento del traffico di immagini pedopornografiche. Un’emergenza che, insiste Di Noto, non va assolutamente snobbata, in quanto la tutela della purezza dei bambini non può diventare un discorso ideologico: se così fosse, sarebbe una sconfitta per tutti.

 

Don Fortunato, la sentenza della Cassazione segna l’ennesimo campanello d’allarme sulla sicurezza dei minori?

«In linea generale il buon senso e le norme dovrebbero coincidere con un’etica ma di per sé, molto spesso, questo non avviene. Nel caso in oggetto, l’“ineccepibile” interpretazione delle norme da parte dei giudici della Cassazione mostra il suo punto debole nella questione dell’età del consenso. Se un 14enne può mettersi d’accordo con un adulto, esprimere un consenso, girare dei video privati come se fosse una “modica quantità”, affinché io li tenga per me senza divulgarli, sembrerebbe ineccepibile. Invece questa sentenza contrasta con una questione morale ed etica, inerente l’educazione dei minori e il problema della “digitalizzazione del corpo”. Dovendone parlarne soltanto dal punto di vista morale o etico, perché i minori dovrebbero produrre del materiale che, in fin dei conti, è pedopornografico e conservarselo? Per quale ragione? Il rischio che, in futuro, la cosa prenda una deriva. Chi si prendesse questo materiale e lo divulgasse, commetterebbe reato».

Qual è il nucleo del problema?

«Il problema è tutto nell’età del consenso. Il fatto che un minore possa esprimere un consenso e persino di disporre privatamente del proprio corpo, comporta un danno enorme, anche dal punto di vista della comunicazione. Del resto, i pedopornografi vogliono proprio questo: che si produca materiale, che lo si divulghi, anche in privato, per arrivare poi allo scambio e alla cessione. Più materiale pedopornografico si produce, più aumenta il rischio che questo materiale finisca in rete. Quello che proprio non si riesce a capire e che, invece, viene affermato nella campagna di Pro Vita & Famiglia cui ho partecipato, è che la pedopornografia è realmente uno dei fenomeni globali più drammatici, una delle più grandi emergenze esistenti al mondo. Se non la pensassimo così, tutte le nostre battaglie sarebbero già mezze perdute».

Può farci un esempio della dimensione del problema?

«Pochi giorni fa, abbiamo segnalato in blocco 7.840 video da un solo link, dove, paradossalmente, la divulgazione del materiale è stata compiuta dagli stessi minori. Di fronte a tutto questo, più andiamo avanti, più percepisco una sorta di accettazione sociale del problema: non sono né un bacchettone, né uno stupido ma per me è una cosa gravissima».

La sentenza della Cassazione favorisce quindi il rischio di nuove derive?

«Certamente. Essendo un fenomeno globale, la pedopornografia è affrontata da tutti gli ordinamenti del mondo ma ogni stato la interpreta alla sua maniera. C’è chi dice che si sta esagerando con l’allarmismo ma quando vedo i numeri del rapporto annuale di Meter e non solo, mi rendo conto che non è così. Dinnanzi a queste situazioni, non si pronuncia mai quasi nessuno. Nonostante in Italia esistano un Osservatorio per la pedofilia e molte altre strutture simili, nessun ha mai il coraggio di fare una riflessione morale».

Che riflessione possiamo fare quindi? Quale insegnamento trarre da questa sentenza?

«Nel momento in cui iniziamo a considerare la tutela e la protezione dei bambini come un’ideologia, abbiamo perso tutti. I bambini non saranno mai un’ideologia. È nostro dovere tutelarli, accudirli, aiutarli. Se applichiamo alla loro vita un’ideologia, una visione politica, se non riusciamo a metterci d’accordo nemmeno sul rispetto dei bambini, allora c’è davvero qualcosa che non va…».

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