27/09/2021 di Luca Marcolivio

Cannabis, Giubilei: «Se sei contrario ti demonizzano, ma ecco perché è giusto esserlo…»

Ha osato manifestare la propria contrarietà alla legalizzazione della cannabis e contro di lui, sui social, si è subito scatenato il crucifige. Francesco Giubilei, editorialista, scrittore e fondatore della casa editrice Giubilei & Regnani, ovviamente, non si scompone e, a Pro Vita & Famiglia, ribadisce il suo pensiero, già espresso in un articolo per Il Giornale: non solo mettendo l’utilità economica davanti all’etica, si darebbe un cattivo esempio ai giovani ma non ha nemmeno senso affermare che la legalizzazione dei cannabinoidi metterebbe in difficoltà le mafie. Semmai, sostiene Giubilei, è vero l’esatto contrario.

 

Giubilei, cos’è successo sui suoi profili social?

«L’uscita del mio articolo sul Giornale, poco dopo l’annuncio del raggiungimento del mezzo milione di firme per il referendum dei Radicali, mi ha dato una buona visibilità, in compenso ho ricevuto decine e decine di commenti che andavano dall’istigazione al suicidio all’accusa di essere un mafioso, in quanto, nell’ottica loro, chiunque sia contro la legalizzazione della cannabis, è giocoforza complice della criminalità organizzata. Ho già visto accadere qualcosa di simile con il ddl Zan: se, in quel caso, sei contrario, ti considerano omofobo, mentre se sei proibizionista sulle droghe, ti danno del moralista, del bacchettone e quant’altro. Sui social, si riscontra per l’ennesima volta l’impossibilità di un dibattito pacato e tranquillo. Basta andare sul mio profilo Instagram per verificarlo: mi si sono scagliate contro una serie di persone che hanno grossa difficoltà a tollerare pareri contrari a un certo tipo di vulgata su queste tematiche. Sul tema della cannabis, così come sull’omofobia, sull’immigrazione o su vari altri argomenti, ci costringono a seguire una determinata agenda in ambito social e, in generale, in ambito mediatico».

Come motiva la sua posizione contraria alla legalizzazione della cannabis?

«Sia che si parli di legalizzazione a scopi terapeutici (peraltro già avvenuta) o dell’uso personale (con il divieto di sospensione della patente se sorpresi a fare uso di cannabis), ritengo sia qualcosa di sbagliato da vari punti di vista. Innanzitutto, lo ritengo errato sul piano etico. Tra i principali argomenti che si portano avanti, c’è il fatto che, legalizzando, lo Stato ottiene un maggiore introito economico e può combattere la criminalità organizzata. Riguardo all’aspetto economico, la prima cosa che dobbiamo tenere in considerazione è che l’economia non può e non deve essere l’unico elemento su cui basare l’azione dello Stato. C’è anche l’etica, tema che evidentemente molti dimenticano ma che è importante almeno quanto quello economico. Dall’altro lato, l’idea di legalizzare la cannabis per combattere la criminalità organizzata, mi fa pensare a una bellissima frase di Paolo Borsellino, che affermava: “Mi sembra che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbe queste unghie all'artiglio della mafia”. Il rischio è piuttosto quello di “legalizzare” la criminalità organizzata, facendo sì che le mafie entrino ancor più all’interno dell’economia reale. Altro punto importante è il discorso di carattere culturale. Così facendo, alle giovani generazioni diamo il messaggio che puoi andare tranquillamente ad acquistare una droga e farne uso – perché di questo si tratta – come se si trattasse di un pacchetto di caramelle o di qualsiasi altro prodotto. Credo questo sia un messaggio devastante per le giovani generazioni».

Che valutazione si può dare, invece, al risvolto politico-referendario della questione?

«Dal punto di vista politico, questo referendum è legittimo: ogni partito politico, rispettando la legge, ha il diritto di proporre delle petizioni per i referendum. La cosa, però, apre un dibattito sul fatto che raccogliere 500mila firme online è ben diverso che raccoglierle fisicamente. Tanto è vero che numerosi costituzionalisti si stanno domandando se non sia il caso di alzare il quorum».

Quanti interessi ci sono, secondo lei, dietro l’“affare” della legalizzazione della cannabis?

«È chiaro che stiamo parlando di un giro di affari di miliardi e miliardi di euro, che avrà ricadute economiche importanti e che, dopo la prima liberalizzazione dell’uso terapeutico, già in parte si è realizzato col proliferare nelle nostre città di negozi che vendono la cannabis. È evidente che ci siano interessi economici non solo da parte dello Stato ma anche da parte di privati che sicuramente avranno l’interesse ad aprire attività legate alle droghe “leggere”. Un riscontro fondamentale da sottolineare è che non è possibile accennare nemmeno a un’apertura di dibattito. Semplicemente è stata data la notizia dell’avvio di questa raccolta di firme e si è scatenato un tam-tam da parte di una serie di persone e gruppi che subito hanno cercato di etichettare i contrari alla legalizzazione come delle figure da emarginare. Bisogna quindi stare attenti a evitare che si crei l’ennesima polarizzazione anche su questo argomento. Come per il ddl Zan, andrebbe fatto un lavoro sulle giovani generazioni, spiegando loro perché la legalizzazione della droga è sbagliata».

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