27/01/2021 di Manuela Antonacci

Bimbo di dieci anni con la Sma ma senza insegnante di sostegno. Suor Alfieri: «Caso emblematico, ecco come la scuola può uscirne»

L’emergenza sanitaria in corso, sta facendo emergere una serie di problematiche gravi, un tempo sopite che riguardano vari ambiti della vita sociale del nostro Paese ampiamente trascurati da tempo. In primis il sistema della pubblica istruzione. Numerose sono le notizie relative ai gravi casi di abbondono in cui versano gli alunni disabili, che con l’esplosione dell’emergenza sanitaria sono stati definitivamente abbandonati a loro stessi. Tra questi c’è Giammaria, dieci anni, malato di Sma, la cui storia sta già facendo il giro del web.  Giammaria avrebbe diritto a 40 ore settimanali di assistenza, ma la maestra che lo ha seguito è in malattia e non si trovano sostituti. Sua madre ha denunciato la superficialità e la negligenza con cui la scuola sta affrontando la loro situazione. Sulle 40 ore di sostegno a cui il bambino avrebbe diritto, solo poche ore vengono coperte da un’insegnante di matematica, ma sono totalmente insufficienti. Di fatto non gli verrebbe garantito il diritto allo studio. Abbiamo chiesto a suor Anna Monia Alfieri che tanto si sta battendo per garantire il diritto allo studio davvero per tutti, soprattutto  per i più fragili, anche grazie alla creazione della rete SOS disabili (insieme a [email protected] e al Centro Studi Livatino) di commentare questa notizia.

 

Suor Anna che ne pensa di questa notizia?

«E’ una notizia che addolora molto e crea sdegno. Crea sdegno soprattutto perché questi problemi si potevano evitare. Nel senso che la questione della scuola italiana presenta dei problemi irrisolti da decenni che sono ampiamente evitabili. E’ da più di dieci, quindici anni che i ragazzini disabili, per una noncuranza politica, sono privati da tempo del loro docente di sostegno. E’ una lamentela che le famiglie con figli disabili, non denunciano da oggi o da ieri ma da decenni. Io stessa vengo chiamata da mamme che denunciano il fatto che la scuola le chiami la mattina per avvisarle di non mandare il figlio disabile a scuola, perché manca il docente di sostegno. Questo avviene da anni. Le mamme e i genitori si sono dunque trovati in uno stato di impotenza, al punto da essere stati tacitati dal sistema. Si sono dunque ritrovati a subire una situazione per cui era quasi “normale” che, per il loro figlio disabile mancasse il docente, che per il loro figlio disabile venissero chiamati ogni due per tre per stare a casa. Ora, questa discriminazione sottesa è esplosa col covid, quindi quegli invisibili sono diventati visibili e si è sviluppata una responsabilità collettiva in merito a certe tematiche. La mamma in questione fa benissimo a denunciare, perché questo allievo disabile costa 20.000 euro di tasse dei cittadini. Quindi questi 20.000 euro che vengono pagati, non aiutano a garantire un docente di sostegno, allora dobbiamo chiederci dove vanno questi soldi. Che lo stato destina 20.000 euro, non lo dico io ma lo dicono loro, quindi dove vanno a finire questi soldi? Queste denunce ci servono per dire stop alla speculazione, allo spreco, alla burocrazia, sulla pelle di queste situazioni. Poi, perché mancano i docenti di sostegno? Perché per vent’ anni, noi, non abbiamo investito sulla categoria docenti di sostegno, ma abbiamo usato la scuola come ammortizzatore sociale che prometteva posti di lavoro, a casaccio, a tutti. E’ chiaro che oggi con il covid il precariato è esploso ed è ancora più evidente che mancano i docenti. Quindi il secondo passaggio è capire dove vanno quei soldi e poi operare un censimento dei docenti per capire dove vivono ed è necessario anche un censimento delle cattedre per capire se, dove c’è bisogn,o abbiamo docenti. Altrimenti dobbiamo formare altri docenti e dire a quelli che ci sono che non servono in quel paese e in quella disciplina. Così possiamo risolvere il problema, altrimenti ci avvitiamo intorno al sistema. Il covid non ce lo permette più, queste denunce vanno raccolte, non dobbiamo avere paura di scomodare i poteri forti. Quali sono questi poteri forti? Una classe politica che fa della scuola la propria campagna elettorale, i sindacati che raccontano una serie di operazioni strumentali al tesseramento e la burocrazia. Noi siamo disposti a scomodare politica, sindacati e burocrazia? Io sì e sono talmente disposta, da raccontare la verità. Altrimenti continuiamo a lasciare in uno stato di isolamento e frustrazione la gente che, poi, inascoltata si abitua».

Quali sono le ripercussioni sociali di queste situazioni di abbandono?

«Ripercussioni gravissime: innanzitutto con la didattica a distanza e l’isolamento di 300.000 alunni, tutto ciò ha portato ad una regressione gravissima di questi alunni, che hanno bisogno di una continuità col docente e dove questo manca il ragazzo regredisce gravemente. La disabilità è gestita dalle famiglie per il 90%. Noi parliamo di un paese capace di integrare il diverso, il disabile ma di fatto, non riusciamo a farlo. E’ un fenomeno allarmante».

Qual è la posta in gioco più importante al momento per la scuola italiana?

«La posta in gioco più importante è raccogliere la sfida covid. Il covid ha sfidato frontalmente la scuola italiana che può vincere questa sfida avviando un sano processo di riforma di carattere strutturale che deve vedere insieme scuole statali e scuole paritarie per i cittadini, rivedendo le linee di finanziamento che rendono la scuola statale autonoma e la scuola paritaria libera, con un censimento dei docenti che permettono di superare anni di precariato e ammortizzatore sociale. Ma per fare questo è necessaria la più ampia trasversalità politica. Quindi la riforma è strutturale, la scuola non ha chiuso per il covid e non riaprirà grazie al vaccino. Quindi è necessaria una riforma strutturale che metta mano ad un utilizzo congiunto delle scuole statali e paritarie, per i cittadini, rendendo autonoma la scuola statale e libera la paritaria, con nuove linee di finanziamento. Tutto ciò si può realizzare solo tramite la più ampia trasversalità politica. In Francia, questa operazione fu compiuta al grido delle masse, del popolo, che era sceso in piazza in modo unitario e il governo non potè non realizzare, autonomia, parità e libertà di scelta educativa. Noi in Italia, invece, possiamo chiedere quest’atto di trasversalità e dobbiamo tenere alta la coscienza perché siamo lì lì per assaporare la più ampia riforma strutturale che la scuola italiana aspetta da vent’anni e che non avremmo potuto realizzare altrimenti».

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