15/06/2020 di Luca Marcolivio

Bibbiano un anno dopo. La piazza grida: “Liberate i bambini!”

«Li-be-ra-te Da-vi-de a-des-so! Li-be-ra-te Da-vi-de a-des-so!». È il grido che è risuonato poco prima delle 16 di giovedì scorso davanti a Montecitorio, in un pomeriggio romano insolitamente piovoso, quasi freddo. A dispetto del maltempo e della pandemia non ancora conclusa, non è mancata la partecipazione al sit-in convocato dall’associazione Verità Altre, per ricordare il dramma dei bambini strappati alle famiglie. Bambini come Davide, Jasmin o Jacopo, tutti vittime del “metodo Bibbiano”, assieme ai loro genitori e alle loro famiglie. Un uomo e una donna attempati, forse due nonni, recano in una mano l’ombrello e nell’altra dei cartelli che, rispettivamente, affermano: «I bambini non si strappano, si ascoltano» e «Basta con vittime innocenti. Giudici ascoltate i bambini». 

Anima della manifestazione è una di queste madri-coraggio: Giada, si è vista portare via il figlio Jacopo, oggi 14enne, alla fine del 2016. Adesso è circa un anno che non glielo fanno vedere. «Tutto è iniziato quando mi sono permessa di lasciare mio marito, il quale, sapendo che amo nostro figlio più della mia vita, mi ha giurato che me l’avrebbe tolto per sempre: era il suo modo per ammazzarmi, senza usare coltelli e pistole…», racconta la donna a Pro Vita & Famiglia. La signora è stata anche denunciata per abbandono del bambino presso uno dei circoli sportivi più importanti della capitale: un caso archiviato quasi subito dalla Procura di Roma, dal momento in cui Giada accompagnava regolarmente il figlio a svolgere attività sportive. Il vero inferno inizia per lei il giorno in cui il Tribunale emette un’ordinanza che fa decadere la responsabilità genitoriale della donna e richiede la sistemazione di Jacopo in casa-famiglia. Dopo una serie di consulenze tecniche d’ufficio, a Giada è stato impedito definitivamente di vedere il bambino, cosa invece, incredibilmente consentita al padre, che pure era stato diagnosticato come «violento», «pericoloso», «narcisista» e «paranoico».

Durante il suo lungo soggiorno in casa-famiglia Jacopo ha scritto decine di lettere indirizzate anche al giudice minorile e persino al Papa. In ognuna di queste missive, il messaggio essenziale del bambino è sempre lo stesso: «Voglio tornare da mamma!». In un vecchio tema scolastico (premiato dall’insegnante con un 10), Jacopo racconta i concitati e drammatici frangenti del suo prelevamento: all’uscita da scuola tre uomini gli si avvicinano e gli spiegano che sarà portato ad una casa-famiglia. Jacopo si ribella e piange a dirotto. «Mi hanno preso con forza e mi hanno portato in una macchina che era in giardino». Seguono la descrizione del trasferimento alla casa-famiglia e il successivo struggente incontro con la madre, da quel momento costretta a vederlo soltanto due volte a settimana. «Secondo me questa esperienza che ho vissuto non deve insegnare niente a me, piuttosto a quelle tre persone che mi hanno preso con la forza […]. Dovrebbero essere loro a capire qualcosa. Io penso di essere abbastanza rispettoso nei confronti degli altri, perché ho capito come ci si sente a non essere rispettati», conclude Jacopo nel suo tema.

Altra madre che chiede giustizia è Luana, che non vede il suo Davide dal febbraio 2018. La separazione di Luana dal marito è avvenuta nel 2014: troppo spesso lui sfogava in modo violento la sua aggressività contro il figlio, fino a mandarlo in ospedale. Anche in questo caso, le varie perizie di tribunale e assistenti sociali hanno sempre categoricamente impedito alla signora di riprendersi la piena potestà genitoriale su Davide, oggi undicenne, fino a impedirle di vederlo e addirittura di ricevere sue notizie. Il motivo: un atteggiamento troppo protettivo che, però, sia Luana, sia i suoi fratelli giunti con lei a manifestare, smentiscono categoricamente.

Non è necessario, comunque, essere cresciuti in famiglie con uno o entrambi i genitori problematici, per essere allontanati da loro. Così è stato per un altro bimbo, la cui storia ci viene raccontata dalla zia, M.R.: «Mio nipote è stato portato via quattro anni fa, all’età di un anno – dice –. Lui e sua madre sono stati collocati a forza in una casa famiglia, da cui poi mia sorella è stata cacciata. In seguito ha avuto una bambina ma anche lei le è stata portata via, poche ore dopo il parto. Non abbiamo più notizie dei miei nipoti, non sappiamo se stanno in Italia o all’estero. Eppure la nostra famiglia non ha mai avuto problemi, nemmeno economici, è sempre stata serena e unita. Motivo dell’allontanamento? Non è chiaro, i periti dicono mia sorella sia anaffettiva ma… come possono dire questo? Sta soffrendo come nessun’altro. Anche mia madre, al quarto cancro, dopo varie chemioterapie e senza un rene, continua a fare regali che il nipote non potrà mai ricevere», conclude M.R.

Quello degli allontanamenti abusivi di minori delle famiglie è un «problema antico», sottolinea l’avvocato Carlo Priolo, presidente dell’associazione Verità Altre. Il paradosso, osserva Priolo, è che, nonostante le leggi vigenti che, sulla carta, dovrebbero tutelare pienamente i bambini e le loro famiglie, «gli strumenti giuridici» per impedire gli abusi «sono quasi a zero». Tutto viene stravolto e snaturato dal «business» delle consulenze, per cui «si comprano e si vendono bambini», per un giro d’affari di «circa 5 miliardi l’anno». Si calcola, oltretutto, che i consulenti tecnici d’ufficio incaricati dai giudici possano arrivare a percepire anche 16mila euro per ogni caso. Con il risultato che, «su circa 40mila casi, l’autorità sarebbe dovuta intervenire soltanto su 6000 casi»: tutti gli altri sono soltanto la risultante di un «sistema di predazione e corruzione”, sostiene l’avvocato. E come si fa a stabilire dove finisce l’affetto genitoriale “sano” e dove inizia quello morbosamente protettivo? Tutto è a discrezione di giudici, assistenti sociali e, in particolare, consulenti e psicologi…

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