28/10/2019

Bari, corsi gender all’Istituto comprensivo Verga

Nella scuola elementare dell’istituto comprensivo Japigia 1 – Verga, di Bari, da quest’anno si insegnerà, ai piccoli alunni, come “sradicare gli stereotipi di genere” e come apprendere “l’uguaglianza di genere”.

Come c’era da aspettarsi, il progetto ha scatenato le vivaci proteste dei genitori e infatti ci sono state poche adesioni. Nonostante questo, la dirigente Patrizia Rossini ha preteso un incontro con i genitori dei bambini per spiegare la natura del progetto e convincerli a partecipare.

Sebbene a Borderline24 la preside abbia detto che lo scopo dell’iniziativa tanto discussa sia quello di prevenire i femminicidi, attraverso l’ipotetico sradicamento di stereotipi e pregiudizi “di genere” che ne costituirebbero la causa (ma dubitiamo che un’analisi così semplicistica basti a spiegare il fenomeno complesso della violenza contro le donne, che forse meriterebbe uno studio più approfondito) tuttavia suonano assai strane e ambigue le parole con cui ella stessa ha descritto l’iniziativa, rivolta alle classi terze quarte e quinte: “Nel 2011 – ha detto la dirigente – è stata firmata la Convenzione di Istanbul. Gli stati firmatari, Italia inclusa, hanno l’obbligo di promuovere delle politiche per superare gli stereotipi di genere ‘per sradicare pregiudizi, tradizioni, costumi e predisporre un piano formativo che includa, tra le materie scolastiche, a ogni livello di istruzione, argomenti come l’uguaglianza di genere, la rottura dei ruoli stereotipati, il reciproco rispetto’. Gli stereotipi sono limitanti sia per i bambini che per le bambine, superarli significa educare all’identità come desiderio e non come destino, ovvero a diventare ciò che si desidera e non come la società si aspetta. Per realizzare questo scenario, si devono compiere alcuni passaggi. Bisogna fare attenzione ai propri pregiudizi, per evitare che rinforzino i copioni di genere dominanti. Come sgridare una bambina perché gioca con supereroi o un bambino che si diverte con le bambole. La scuola, come ente formativo per eccellenza, ha l’opportunità (e forse anche l’obbligo morale) di fornire modelli alternativi, di riscrivere i finali della favole, di inventare i nuovi personaggi e modalità inedite di interazione, di supportare il percorso di scoperta del sé anche quando in contrasto con le aspettative sociali di genere. Il senso di inserire a scuola dei momenti per discutere dell’affettività, delle pari opportunità significa solo trasmettere a tutti i bambini un semplice messaggio: loro potranno essere qualsiasi cosa vorranno e andrà bene, senza timore della società”.

Viene da chiedersi, e anche con una certa preoccupazione, cosa intenda la preside quando afferma la necessità di “educare all’identità come desiderio e non come destino, ovvero a diventare ciò che si desidera e non come la società si aspetta” e in che modo questo verrà realizzato e trasmesso alle menti dei bambini durante l’attività in questione.

 

di Manuela Antonacci

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