13/11/2020 di Redazione

Animalismo e antispecismo: cosa sono?

Introduzione

L'animalismo è un'ideologia contraria alla subordinazione del regno animale all'uomo, che tende a riconoscere veri e propri "diritti" all'animale non umano. Essa è stata sostenuta fin dall'antichità da alcuni pensatori degni di nota. Da essa scaturiscono anche altri fenomeni culturali come l'antispecismo e il veganismo. L'animalismo va incontro, tuttavia, ad una serie di gravi difficoltà filosofiche, etiche e giuridiche.

Indice

Definizione di animalismo

Diffusosi a cavallo tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, il termine "animalismo" indica l'insieme di idee e di atteggiamenti a difesa degli animali e dei loro "diritti" contro comportamenti umani diretti o indiretti come la caccia, la sperimentazione animale, l'impiego nei circhi, l'uccisione per utilizzarne la pelliccia e anche la loro uccisione a fini alimentari. L’animalismo in senso stretto e ideologico va distinto dalla regolamentare salvaguardia delle varie specie animali nel loro ecosistema, nonché dal generico rispetto o simpatia per il mondo animale (benché talvolta si adoperi il termine "animalista" in senso lato, in riferimento ad alcuni di questi ultimi fenomeni).

L'Antispecismo

Nelle sue forme più radicali, l’animalismo promuove il superamento del cosiddetto specismo, ovvero della concezione secondo la quale la specie umana è superiore a livello ontologico e morale rispetto alle altri specie animali. In questo ordine di idee, "specismo" è un neologismo che intenderebbe richiamare in altro contesto il significato di termini come "razzismo" o "sessismo": come questi ultimi significano la discriminazione sulla base della razza o del sesso, fondata sulla presunta superiorità di alcune razze o di un sesso sull'altro, così l'antispecista sostiene che lo specismo discrimini le altre specie animali sulla base di una presunta superiorità della specie umana.  

L'antispecista rifiuta quella concezione per cui l’etica e il diritto hanno come punto di riferimento gli esseri umani. Pietra miliare di questa corrente animalista radicale è il libro Liberazione animale di Peter Singer che, oltre a denunciare le vere o presunte violenze ai danni degli animali da parte delle industrie cosmetiche, farmaceutiche e alimentari, arriva a proporre il vegetarianismo come stile di vita non solo alimentare ma ideologico, per porre fine all’oppressione degli esseri animali. L’animalismo radicale non si limita a condannare l’uccisione degli animali (sia essa compiuta per ricavarne cibo, pelliccia, pelli, ecc.) ma incita anche al boicottaggio di tutti i soggetti privati o pubblici che, in qualche modo, pratichino o favoriscano attività sgradite concernenti le risorse animali.

Il "Gius-animalismo" (teoria e pratica dei diritti degli animali)

Nello spettro dell’animalismo possono essere distinte una corrente più moderata, che manifesta solidarietà nei confronti degli animali (animal welfare) senza necessariamente attribuire agli animali stessi dei diritti, e una corrente più radicale che rivendica per loro gli stessi diritti dell'essere umano (almeno quelli fondamentali).

Tra i primi filosofi a sollevare l’interrogativo sui diritti animali, troviamo Voltaire e Bentham. Tuttavia, è soltanto con il già citato Peter Singer che il concetto viene sistematizzato e incanalato verso l’antispecismo. Secondo Singer, tuttavia, i "diritti degli animali" non sono classificabili alla stregua dei diritti delle persone umane (assoluti o soggettivi) ma, pur avendo molte delle caratteristiche dei "diritti fondamentali", possono essere fatti valere solo nei confronti delle azioni dell’uomo (quindi non sono assoluti) e non di quelle di altri animali. Ad esempio, secondo questa filosofia, l’uomo non può uccidere un animale, neanche per cibo. Tuttavia, l’animale può essere ucciso da un altro animale, quindi non possiede il vero e proprio diritto a non essere ucciso. 

Per questo motivo, dal punto di vista giuridico e della filosofia del diritto, la maggior parte della dottrina preferisce riferirsi ai “doveri dell’uomo nei confronti dell’animale”, piuttosto che a “diritti degli animali" in senso stretto. Una Dichiarazione universale dei diritti dell’animale è stata proclamata dalla L.I.D.A. (Lega Italiana dei Diritti dell'Animale) e da altre associazioni animaliste presso la sede dell’UNESCO nel 1978. Tale dichiarazione non è un trattato con valore giuridico ma solo una dichiarazione d’intenti e un’assunzione di responsabilità da parte dell’uomo nei confronti del regno animale

L'Animalismo e la filosofia

Breve storia del pensiero animalista

Nel mondo antico

L'etica animalista affonda le sue radici già nella filosofia greco-antica. Sembra che Pitagora fosse tra i pensatori che, per primi, si espressero contro la violenza sugli animali e a favore di un regime alimentare vegetariano. Il pensiero di Pitagora influenzò a sua volta Plutarco, il quale scrisse:

«Tu chiedi in base a quale ragionamento Pitagora si sia astenuto dal mangiare carne: io invece domando, pieno di meraviglia, con quale disposizione, animo o pensiero il primo uomo abbia toccato con la bocca il sangue e sfiorato con le labbra la carne di un animale ucciso, imbandendo le tavole con cadaveri e simulacri senza vita; e abbia altresì chiamato "cibi prelibati" quelle membra che solo poco prima muggivano, gridavano e si muovevano e vedevano. Come poté la vista sopportare l’uccisione di esseri che venivano sgozzati, scorticati e fatti a pezzi, come l’olfatto resse il fetore? Come una tale contaminazione non ripugnò al gusto, nel toccare le piaghe di altri esseri viventi e nel bere gli umori e il sangue di ferite letali?».

Nell'epoca moderna

In epoca tardo-rinascimentale, Montaigne affermò che l’uomo non avrebbe ragione di sentirsi superiore agli animali, in quanto i nostri pensieri non sono sotto il nostro controllo e sarebbero privi di libertà. Montaigne ribalta sia la tesi aristotelica dello "schiavo naturale" sia la tradizionale concezione antropocentrica e, sulla scia di Plutarco, condanna le presunte violenze sugli animali, a partire dalla caccia.

Nel XVIII secolo, Thomas Tryon difese il vegetarianismo su basi etiche, mentre David Hume scrisse:

«È ridicolo negare una verità evidente, così come affaticarsi troppo a difenderla. Nessuna verità sembra a me più evidente di quella che le bestie son dotate di pensiero e di ragione al pari degli uomini: gli argomenti sono a questo proposito così chiari, che non sfuggono neppure agli stupidi e agli ignoranti».

Condillac pubblicò un Trattato sugli animali (1755) in cui attribuiva ad essi tutte le facoltà umane. Secondo il filosofo francese, l’istinto può essere assimilato all’intelligenza, in quanto i comportamenti animali, lungi dall’essere innati, sarebbero indotti dall’esperienza. Da parte sua, Charles Bonnet, nella sua opera Contemplazione della natura (1764), attribuì agli animali un’anima immortale. Jean-Jacques Rousseau, nell’Emilio (1762), auspicò il vegetarianismo, al fine dell’acquisizione di un maggior rispetto per gli animali e, in generale, di un’attitudine pacifica.

Il primo filosofo a parlare esplicitamente di "diritti" degli animali fu il fondatore dell’utilitarismo moderno, l’inglese Jeremy Bentham, che scrisse: «Verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia». Secondo Bentham, l’apparente irrazionalità del comportamento animale non deve indurre a considerazioni etiche: «Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”». Il pensiero animalista di Bentham non si spinge però ad ammettere il vegetarianismo, né a condannare la sperimentazione scientifica sugli animali.

Arthur Schopenhauer, pur ritenendo gli animali privi di facoltà razionali, li credeva capaci di emozioni e sentimenti. Il filosofo tedesco si oppose alla vivisezione ma non sposò mai la causa vegetariana.

Nell'epoca contemporanea

In Italia, la fondazione della prima società per la protezione degli animali fu sollecitata nel 1871 da Giuseppe Garibaldi, su incoraggiamento della nobildonna inglese Lady Anna Winter. Ne divenne presidente Timoteo Riboli, medico personale di Garibaldi, con l’"eroe dei due mondi" e Lady Winter in qualità di soci fondatori e presidenti onorari.

Nel 1892, nel Regno Unito, Henry Salt fu fondatore della Humanitarian League, associazione finalizzata alla tutela sia dei diritti umani che dei diritti animali, con obiettivi che spaziavano dall’abolizione della pena di morte all’abolizione della caccia. L’anno successivo Salt diede alle stampe il suo saggio Animals’ Rights: Considered in Relation to Social Progress (I diritti animali considerati in relazione al progresso sociale), in cui sosteneva apertamente il vegetarianismo.

Tra i sostenitori dei diritti animali nella prima metà del XX secolo, figurano il Premio Nobel per la Pace, Albert Schweitzer, e l’italiano Piero Martinetti, il quale scrisse:

«Gli uomini riconosceranno che vi è fra tutte le creature un rapporto ed un’obbligazione vicendevole ed estenderanno, senza sforzo, a tutti gli esseri viventi quei sensi di carità e di giustizia, che ora considerano come dovuti soltanto agli uomini».

La prima Società vegetariana italiana fu fondata nel 1952 da Aldo Capitini, il quale scrisse: «Non sono lontano dal pensare che gli uomini arriveranno veramente a non uccidersi tra di loro, quando arriveranno a non uccidere più gli animali».

Più recentemente, nel 1994, Norberto Bobbio, nel suo saggio Destra e sinistra, auspicò l’estensione del principio di uguaglianza agli animali:

«Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire?», scrive il filosofo torinese.

Argomenti degli animalisti e antispecisti

In quanto sistema di pensiero, l'animalismo (e ancora di più l'antispecismo) si basa sull'idea di una certa uguaglianza tra persone umane ed altri animali e sul riconoscimento di almeno alcuni imperativi categorici nei confronti degli animali. Ad esempio, il rispetto assoluto per la loro vita, contro pratiche che la sopprimerebbero come la caccia. L'antispecismo porta queste idee alle loro logiche (o estreme) conseguenze, negando la sussistenza di una sostanziale diversità morale e valoriale tra specie umana ed altre specie animali. Solo così si arriverebbe all'abolizione della "discriminazione specista".

Il pensiero animalista si basa sia su argomenti di ordine filosofico sia su un appello alle emozioni e alla compassione. Tra i primi, possiamo annoverare i seguenti argomenti:

  • La specie umana non sarebbe superiore alle altre specie animali in quanto gli esseri umani non possiedono veramente un "libero arbitrio" (ad es. Montaigne, secondo cui non avremmo controllo sui nostri pensieri) e anche l'attività intellettuale sarebbe riducibile all'istinto e all'"intelligenza" animale (ad es. per Condillac l'istinto non è innato ma indotto dall'esperienza). Si tratterebbe - tutt'al più - di una differenza quantitativa non qualitativa o ontologica.
  • Al contrario, alcuni animalisti non mirano ad abbassare l'uomo al livello degli altri animali ma al contrario a innalzare tutti gli animali (o almeno quelli più complessi) al livello umano. In questa prospettiva si sostiene che anche gli altri animali possiedono una intelligenza simile a quella umana, emozioni, sentimenti e senso del dolore, oppure che hanno un'anima spirituale come l'uomo (ad es. Charles Bonnet).
  • In ogni caso, che ci sia una sostanziale similitudine ontologica tra uomo e animale sarebbe dimostrato dalla comune storia evolutiva.
  • La diversità nel comportamento morale verso le persone, da un lato, e verso gli animali, dall'altro, non si dovrebbe fondare sulla presunta presenza o assenza di una caratteristica: la razionalità. Sarebbe come discriminare per l'attribuzione di qualsiasi altra caratteristica (ad es. in base al numero di gambe, la villosità della pelle, ecc., secondo Jeremy Bentham).
  • Del resto,"Un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese" (sempre secondo Bentham e, dopo di lui, anche Singer).
  • Il vero discrimine morale non sarebbe nella capacità di ragionare ma nella capacità di soffrire (così Bentham e Bobbio).
  • Il principio di uguaglianza imporrebbe di trattare tutti gli esseri viventi, o almeno tutti gli essere sensibili, allo stesso modo.

Il ricorso alle emozioni, invece, fa leva sull'impressione di disgusto nei confronti del sangue e dell'uccisione di animali e sul sentimento di compassione per la sofferenza degli essere senzienti, come illustrato dal brano di Plutarco citato sopra.

Problemi filosofici dell'animalismo e dell'antispecismo e risposte agli argomenti

Tuttavia, sebbene discorsi che fanno leva sulla compassione possano avere un impatto psicologico non indifferente su alcuni destinatari e possano fondare una preferenza personale verso obiettivi e stili di vita animalisti (come il vegetarianismo), essi sono insufficienti a fondare diritti e doveri, a decidere sulla rilevanza delle differenze tra umani e non umani, e a qualificare in termini di liceità/illiceità comportamenti anche cruenti (si tenga presente infatti che comportamenti cruenti come la legittima difesa mediante l'uso di armi sono pacificamente giustificati almeno per determinate ragioni). È dunque sul piano delle ragioni che deve decidersi il merito della questione.

Su questo piano, l'animalismo e l'antispecismo esibiscono criticità non indifferenti. Rispondiamo sinteticamente (e senza pretese di esaustività) agli argomenti filosofici animalisti e antispecisti sopra elencati.

Irriducibilità e superiorità della attività tipicamente umane

Prima ancora di entrare nel dettaglio dell'analisi filsofica sulle differenze ontologiche tra gli esseri viventi, è innegabile che la specie umana esibisca caratteristiche e attività talmente peculiari e complesse, che è lecito quantomeno presumere una certa superiorità rispetto agli altri esseri animali. Ad esempio, nella specie umana vengono coltivate attività quali: la filosofia, la letteratura, la matematica, la scienza, la religione, il diritto, l'etica, l'arte, ecc. Nel complesso, queste attività determinano un modo completamente diverso di vivere degli esseri umani e giustificano esigenze diverse rispetto agli altri animali. Che poi, in ultima analisi, queste attività siano oppure no riducibili ad altre attività più semplici non sembra essere nemmeno determinante per stabilire la superiorità del genere umano. Del resto, nemmeno all'interno del regno animale è necessario trovare una superiorità "ontologica" di una specie sull'altra per "giustificare" la circostanza che una vada a caccia e si cibi dell'altra.

In ogni caso, anche ad una analisi più profonda, almeno alcune facolte umane si rivelano irriducibili alle facolta puramente animali. L'essere umano ha una volontà libera: ciò non significa che abbia il controllo su ogni fenomeno interiore (come sembrerebbe supporre Montaigne) né che la volontà sia scevra di molti condizionamenti. Vuol dire soltanto che almeno alcuni atti umani (alcuni di quelli che implicano deliberazione e successiva scelta) non sono totalmente predeterminati da cause esterne alla volontà stessa. Questo è del resto ciò che testimonia la coscienza personale (la forte e universale consapevolezza di avere il controllo e di essere responsabile delle proprie azioni) e ciò che fonda il diritto (si pensi alla punizione del "colpevole" di un reato), nonché le nozioni etiche di "colpa" e di "merito". D'altra parte, non vi sono argomenti sufficienti a dimostrare che questo fatto costituisca una semplice "illusione" (naturalmente, non possiamo rispondere in questa sede a tutte le obiezioni sul tema complesso della libertà).

Per quanto riguarda l'intelligenza, bisogna riconoscere la profonda differenza tra percezione sensitiva, immaginazione (o comunque facoltà di rappresentazione sensibile) e istinto - da una parte -, e facoltà di intelligenza, in senso stretto, dall'altra. Una lunga tradizione filosofica (soprattutto Aristotele, Platone, i neoplatonici, la scolastica, ecc.) e, più recentemente, anche gran parte della filosofia analitica e di quella fenomenologica, ha riconosciuto le peculiarità del pensiero astratto e del concetto, rispetto all'immagine e al dato sensibile. In particolare, il concetto ha una universalità e una determinatezza semantica che nessuna rappresentazione immaginativa o sensibile possiede (ad esempio, basta pensare alla chiara distinzione concettuale tra un poligono con mille lati e uno con 999 lati; mentre l'immaginazione dei due poligoni è confusa e indistinta). Inoltre, il giudizio e le regole logiche di ragionamento possiedono una universalità e necessità estranee a qualsiasi essere materiale sensibile e contingente (ad esempio, la validità del sillogismo ipotetico in modus tollens: "Se A, allora B. Ora, non B. Dunque non A" è universale, a-temporale e necessaria, contrariamente a qualsiasi stato materiale o rappresentazione immaginativa).

Proprio la natura astratta, universale e immateriale dell'intelligenza fonda la possibilità di quelle attività caratteristiche della specie umana (filosofia, diritto, religione, etica, ecc.) che non si ritrovano negli altri animali. Pertanto, la tesi che afferma la riducibilità dell'attività intellettuale all'istinto o alla "intelligenza" animale è quantomeno fragile.

Superiorità ontologica dell'essere umano

L'irriducibilità o superiorità dell'intelligenza e della libertà umane rispetto alla mera sensibilità e all'istinto animale implica una diversità ontologica. Infatti, l'agire in un certo modo presuppone che si è in un certo modo. Ad esempio, un soggetto non può pensare se non è, anzitutto, un soggetto capace di pensare, o di natura pensante. Se la differenza nelle attività caratteristiche è qualitativa (non solo quantitativa) allora anche la differenza nell'essere (cioè a livello ontologico) è qualitativa. Ciò spiega anche perché fallisce l'obiezione di Bentham e Singer, secondo i quali alcuni animali adulti sono più "razionali" di un bambino piccolo. La differenza più profonda tra uomo e altri animali sta innanzitutto in ciò che sono, nella loro natura. La circostanza che l'uno o l'altro soggetto di una specie possa manifestare le potenzialità della sua natura è questione secondaria. Pertanto, un cavallo adulto sarà sicuramente capace di comportamenti e attività psichiche complessi, tuttavia non è "razionale" in senso stretto, in quanto la sua specie non manifesta attività riconducibili ad una intelligenze astratta, universale e immateriale. Il bambino, pur non essendo (ancora) capace di manifestare le attività tipicamente umane, è già un essere della specie umana. Ha dunque la stessa natura umana, la stessa dignità ontologica di un essere umano pensante. Il bambino piccolo è di natura razionale, benché non possa ancora realizzare attività razionali in ragione della sua immaturità. Sebbene l'agire manifesti la natura di un ente, l'ente non deve necessariamente agire ad ogni momento della sua esistenza per essere di tale natura. Anzi, un ente di una determinata natura potrebbe essere impedito ad agire in maniera corrispondente, in ragione di un ostacolo accidentale e contingente. Perciò, anche gli esseri umani che, a causa di disabilità o malattia, sono impediti a manifestare attività tipicamente umane, conservano la natura e dignità di persona umane. 

Non riconoscere una differenza di natura e trattare gli animali adulti come superiori agli esseri umani immaturi esclusivamente sulla base delle attività che manifestano hic et nunc porta, peraltro, all'assurdo morale di considerare oggettivamente peggiore l'uccisione di un maiale adulto rispetto all'infanticidio. Ancora: peggiore sarebbe chi mangia una salsiccia rispetto all'antropofago che si ciba delle carni di un bambino ucciso da altri.

L'obiezione evoluzionistica

L'argomento sulla comune storia evolutiva tra uomo e animale pure fallisce. L'argomento commette un errore logico chiamato "fallacia genetica" (genetic fallacy), cioè implica che la valutazione esaustiva di una realtà sia possibile mediante l'analisi della sua storia passata o delle sue cause remote. La stessa teoria dell'evoluzione - quando non la si voglia mettere semplicemente in dubbio - è suscettibile di molteplici interpretazioni, alcune delle quali lasciano spazio alla possibilità di un salto ontologico dall'antenato animale ai primi uomini (ad es. le teorie spiritualiste o teleologiche, le tesi latamente aristoteliche per cui forme di essere superiori possono essere estratte dalla potenzialità della materia nonostante non siano preesistenti in forme anteriori, ecc.).

Il principio di uguaglianza e non discriminazione

Gli argomenti basati sul principio di uguaglianza e non discriminazione non sono convincenti. In primo luogo, è errata la considerazione di Bentham, secondo il quale la diversità di trattamento non si dovrebbe fondare sulla presunta assenza di una caratteristica (la razionalità), poiché sarebbe come discriminare sulla base di qualsiasi altra caratteristica (numero di gambe, ecc.). In realtà, non vi è discriminazione se la caratteristica sulla quale ci si basa è rilevante rispetto al comportamento in questione. Ora, la razionalità, come caratteristica propria della natura, fonda una diversità ontologica che spiega altresì perché la persona possa entrare in relazioni etiche e giuridiche precluse all'animale non umano. La razionalità (e tutto ciò che ne consegue, cominciando dalla responsabilità) è caratteristica rilevante per l'etica e il diritto, diversamente da caratteristiche irrilevanti come il colore della pelle o (di per sé) il numero degli arti. La razionalità, che implica la capacità di capire i concetti di "bene", "male", "responsabilità", "diritto", "dovere", "legge", ecc., e di agire liberamente in virtù di questi, è più rilevante - ai fini dell'etica e del diritto - rispetto alla mera capacità di "soffrire" (contra Bentham e Bobbio).

Il principio di uguaglianza non impone di trattare "tutti gli esseri viventi (o sensibili) allo stesso modo" (si arriverebbe, peraltro, all'assurdo di dover trattare - verosimilmente - anche piccoli insetti come se fossero persone umane). Il principio impone di trattare in modo uguale situazioni uguali, senza differenze arbitrarie. Ora, la natura umana è diversa da quella degli altri animali e implica alcune proprietà rilevanti per l'etica e il diritto. 

La capacità di sofferenza e l'utilizzazione delle risorse animali

Naturalmente, potremmo giudicare immorale il comportamento di chi causa sofferenza (anche nell'animale) senza ragione. Potremmo dunque anche concludere, ad esempio, che non è ragionevole sottoporre gli animali a maggiori sofferenze se sono ugualmente disponibili forme di utilizzazione e sfruttamento delle risorse animali che recano all'uomo la stessa utilità complessiva. Tuttavia, se vi possono essere molte ragioni per cagionare sofferenze a un essere umano (ragioni terapeutiche, educative, di giustizia, di difesa, ecc.) a più forte ragione ci possono essere ragioni per cagionare sofferenze agli esseri animali inferiori all'uomo. Inoltre, il motivo per il quale la persona non deve essere considerata come un semplice "mezzo" sta nella sua particolare condizione ontologica e morale (la sua particolare "dignità"): è infatti irrazionale considerare un soggetto come puro mezzo rispetto ad un altro di pari dignità morale e ontologica. Non vi è, invece, la stessa irrazionalità nella subordinazione di un essere ontologicamente inferiore e a-morale a un essere superiore e morale. Pertanto, di per sé non vi sono ostacoli etici o giuridici a usare - in modo ragionevole - gli animali come dei "mezzi di sostentamento" (contrariamente alle affermazioni del veganesimo, cfr. infra).

Veganismo

Si definiscono "vegani" coloro i quali si alimentano o utilizzano esclusivamente risorse non provenienti dal mondo animale. Nella maggior parte dei casi, si tratta di uno stile di vita antispecista, in quanto volto ad evitare lo sfruttamento degli animali e la loro sofferenza. Il veganismo è spesso dettato dall'etica animalista e antispecista di rispetto per la vita animale, considerata come sacra e inviolabile. Nel 1979, la Vegan Society ha offerto la seguente definizione: «Una filosofia e un modo di vivere che esclude, ai limiti del possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso animali, per scopo alimentare, per il vestiario, come per qualunque altro scopo; per estensione, promuove lo sviluppo e l’uso di alternative che non prevedono l’utilizzo di animali, per il beneficio degli umani, degli animali e dell’ambiente. In termini di dieta denota la pratica di astenersi dal consumare prodotti derivati completamente o parzialmente da animali».

Altri soggetti invece scelgono di alimentarsi di soli vegetali per una ragione esclusivamente salutistica, perché credono di poter curare e prevenire alcune malattie o ritengono che, per assicurare il migliore stato di salute, l’alimentazione naturale umana debba prevedere solo cibi vegetali. Non avendo un prevalente interesse per la dignità degli animali, questi soggetti non sono propriamente né vegani né vegetariani. Possono essere meglio definiti come vegetaliani, o vegetalisti, salutistici.

Animalismo e Nazismo

Si è talvolta messo in relazione la dottrina nazista con l'animalismo. I nazisti guidarono la lotta alla vivisezione (la prima legge risale all'agosto 1933) e promossero campagne per la protezione delle specie minacciate, a partire dalle balene. Alle SS, Heinrich Himmler consigliava: «Mangiate solo cibi naturali» e proponeva diete a base di porri crudi e acqua minerale. Allevava polli biologici e studiò a lungo quale fosse il miglior modo di lessare le patate.

Alcuni hanno sostenuto che l’animalismo dei nazisti fosse una credenza strumentale alla svalutazione dell’essere umano nel suo complesso, anche al fine di giustificare le sperimentazioni su cavie umane. Secondo le teorie eugenetiche radicate durante il dodicennio nazista, un’ampia gamma di etnie "non ariane" (ebrei, zingari, slavi, latini, neri) era collocata in un rango di dignità inferiore rispetto ad animali come cani, lupi, scimmie. L’animalismo nazista, tuttavia, era anche il retaggio di un certo paganesimo mitteleuropeo, che tendeva a divinizzare talune specie animali.

Uno dei gerarchi nazisti di spicco della prima ora, Ricardo Walther Darrè, capo dell’ufficio centrale delle SS per la Razza e la Colonizzazione fino al 1938, nonché ministro dell’agricoltura e presidente della Lega dei Contadini, fece parte del movimento proto-ecologista Wanderwoegel, sorta di hippies ante litteram che si rifugiavano nei boschi, praticavano il nudismo e deprecavano la vita urbana. [Cfr. Antonio Gaspari, Da Malthus al razzismo verde, 21mo Secolo, 2000].

Animali e uomo nella dottrina della Chiesa Cattolica

Il Catechismo della Chiesa Cattolica considera "gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati" come "naturalmente destinati al bene comune dell'umanità passata, presente e futura" (CCC 2415). Gli animali in particolare sono considerati "creature di Dio", il quale "li circonda delle sua provvida cura". Pertanto "anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro" (CCC 2416). Per la Chiesa Cattolica, è “legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti”. Anche le “sperimentazioni mediche e scientifiche” sono ammesse dalla Chiesa, purché rimangano “entro limiti ragionevoli” e siano utili a “curare o salvare vite umane” (CCC 2417). È invece “contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita”. La Chiesa considera inoltre “indegno dell’uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali – ammonisce il Catechismo – ma non si devono far oggetto di quell'affetto che è dovuto soltanto alle persone”.

Nell’enciclica Centesimus annus (1991), Giovanni Paolo II è il primo papa a richiamare l’attenzione sulla tutela delle “specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all’equilibrio generale della terra” (CA 38). Sulla stessa lunghezza d’onda, papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, raccomanda la salvaguardia della biodiversità animale e vegetale, senza la quale si rischia lo “squilibrio dell’ecosistema” (LS 35).

Animalismo e altre religioni

Induismo. Gli animali sono considerati dotati di anima al pari dell’uomo, tanto è vero che l’essere umano, al termine della sua vita, può reincarnarsi anche in un animale. Anche per questa ragione, l’induismo proibisce l’uccisione di qualunque essere vivente e il consumo di carne animale. La mucca, in particolare, è considerata sacra, perché, secondo la tradizione, aiuta le anime ad attraversare un fiume infestato da coccodrilli, per giungere all’altra riva, dove troveranno un nuovo corpo in cui reincarnarsi.

Buddismo. Anche i buddisti ritengono che gli animali abbiano un’anima simile a quella umana e credono nella possibile reincarnazione in altre specie viventi. Nutrono quindi profondo rispetto per gli animali, sebbene la dieta vegetariana non sia imposta ma solo consigliata.

Ebraismo e Islam. «L’ebraismo persegue l’equità ambientale e sociale, comanda il riposo della terra, degli animali e degli uomini, ordina la condivisione delle risorse e la periodica ridistribuzione della terra, vieta di far soffrire gli animali e di affliggerli nel lavoro, di mescolare le specie, di distruggere la diversità biologica; proibisce di mangiare membra e sangue di un animale vivo, dispone regole alimentari con cui salvaguarda le specie, insegna a nutrirsi dei frutti della terra, ordina la distribuzione delle risorse secondo le necessità di ciascuna creatura» [Cit. Delfina Piu, Valentina Sereni, Il maiale è il nostro maestro, Animali ed ebrei un rapporto lacerato, Mimesis, pp. 241]. Sono considerati impuri (cfr Lev 11), quindi non commestibili: 1) gli animali che si nutrono di altri animali (carnivori o insettivori); 2) gli animali non dotati di zoccoli a fessura (ad esempio il cavallo); 3) gli animali non ruminanti (maiale in primis); 4) gli uccelli rapaci e notturni; 5) i pesci dotati di squame e pinne che siano facilmente rimovibili dalla pelle dell’animale.

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