22/01/2021 di Manuela Antonacci

Alan Friedman insulta Melania Trump: «Escort». Ma le femministe non si indignano

Una cosa ci hanno insegnato questi tempi un po’ strani, in cui gli -ismi sembrano caratterizzare più che mai la nostra società e cioè che, ciò che questo suffisso indica, ovvero un’estremizzazione della parola a cui si aggancia, esprimendone una condanna morale, vale solo in alcuni casi.

Di che stiamo parlando? Del vergognoso episodio di sessismo ai danni di Melania Trump, moglie dell’uscente presidente degli Stati Uniti d’America che, dal giornalista Alan Friedman, è stata definita “escort” anziché legittima moglie di Trump, durante la trasmissione “Uno mattina”.

Viene da chiedersi cosa sarebbe successo se la stessa caduta di stile avesse riguardato un’esponente della fazione politica opposta a quella rappresentata da Trump. E’ piuttosto grave, poi, che il giornalista in questione, si sia sentito in diritto di esprimere un giudizio simile, durante una trasmissione e su una rete televisiva pubblica, senza neanche affrettarsi, subito dopo, a porgere le sue scuse, come avrebbe dovuto fare. E inoltre…le femministe dove sono? Quelle che si stracciano le vesti per invocare “il linguaggio della parità”, l’abolizione di espressioni sessiste ecc. pensano che il problema consista tutto nella vocale finale da adottare alla fine di ogni nome comune di persona?

Basta poter usare espressioni come “tutti”, “tutte”, “tutt*” o addirittura “tuttU”, come vorrebbero le femministe di “Non una di meno” o declinare i mestieri indiscriminatamente al maschile e al femminile, come “architetto”, “architetta” ecc. per avere la coscienza a posto?

 Ciò che deduciamo da questo, come da tanti episodi simili (pensiamo anche alla Meloni che è stata definita “pesciarola” dalla parte politica avversa, senza che nessuna sedicente femminista si sia minimamente risentita per questa espressione irrispettosa) è che, a parole, tutti sono uguali, tutti hanno lo stesso diritto al rispetto, ma poi, nei fatti, come al solito, ci sono alcuni più uguali degli altri. Ed è proprio questo che mette in risalto la vera discriminazione, anzi, la discriminazione nella discriminazione: che si faccia un distinguo, appunto, alla lettera si “discrimini” tra sessismo e sessismo, ovvero un sessismo di serie A e un sessismo di serie B. Questo di per sé dimostra come questa battaglia rischi di prendere una deriva tutta ideologica, diventando il semplice strumento di applicazione dei dettami di certa agenda politica e niente più.

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