21/10/2021 di Manuela Antonacci

Affetta da tetraparesi dice NO all’eutanasia: «La sofferenza non ha mai l’ultima parola»

Una testimonianza che è un inno alla vita, quella di Rita Coruzzi, affetta da tetraparesi come conseguenza di un intervento chirurgico andato male e che dall'età di dieci anni la costringe sulla sedia a rotelle. Questo non le ha impedito di studiare sodo, fino a laurearsi in Lettere, specializzandosi in giornalismo. Con Piemme ha pubblicato diversi libri dedicati alla sua storia e alla sua scelta di fede che hanno riscosso successo e le hanno meritato premi importanti. La sua vita, come afferma lei stessa, vuol essere la prova palpabile che è possibile, di fronte a qualunque sofferenza, non arrendersi mai trovando in se stessi, e non solo, la forza di superare qualsiasi prova. Ce ne parla lei stessa, nell’intervista rilasciata a Pro Vita & Famiglia.

 

Rita, ci racconta la sua esperienza personale?

«Innanzitutto sono una persona che ha sempre avuto molta fretta, anche di nascere, perché avevo fretta anche di vivere e quindi sono stata nel ventre materno solo 32 settimane. Questa fretta mi ha messo un po’ nei guai, c’è stata una sofferenza fetale che mi ha causato una malformazione: mi manca un pezzo di acetabolo che è quell’osso che tiene l’anca al suo posto. All’inizio nessuno se ne era accorto e fino ai 10 anni ho avuto difficoltà motorie, ma sembrava tutto risolvibile con la fisioterapia anche se in realtà non ho mai camminato da sola. Nonostante le cure continuavo a sentire forti dolori all’anca destra, finché non mi  viene diagnosticata una lussazione e sono costretta ad operarmi. Le possibilità erano due: o un intervento sull’osso dell’anca, per rimetterlo nella giusta posizione oppure un intervento sui nervi. Alla fine si opta per quello sui nervi, meno invasivo, con la promessa che sarebbe stato semplicissimo, poco doloroso e della durata di solo un quarto d’ora. Subito dopo l’intervento, però, i dolori furono atroci, tanto da avere dei crampi così terribili da non riuscire a dormire. Però sopportavo tutto ben volentieri, convinta di andare incontro alla guarigione. Ero disposta a tutto pur di realizzare il mio sogno, quello di camminare come gli altri».

E poi? Cosa è successo?

«Alla visita di controllo i medici rivelano a mia madre che l’intervento non era riuscito. Fu un momento terribile, in cui le mie certezze crollarono. Avevo fatto di tutto per non finire sulla carrozzina e invece sembrava proprio il mio inesorabile destino. Per me è stata la disperazione più totale, sono morta dentro in quel momento. Non avevo più la speranza, non avevo più un motivo per cui alzarmi la mattina. E’ seguito un periodo buio, in cui ho continuato i miei studi, ma senza entusiasmo. Eppure sono stata la prima disabile dell’Emilia Romagna a frequentare il liceo classico e ho abbattuto una barriera: perché si ritenevano i disabili incapaci di frequentare una scuola così impegnativa».

Alla luce della sua esperienza e della sua tenacia, possiamo dire che anche in mezzo alle sofferenze e alle difficoltà, la vita è sempre degna di essere vissuta?

«Certamente! Anche quando sei a terra. Perché la vita ti mette a terra, niente e nessuno può colpire duro come fa la vita, questo non solo per i disabili, ma anche per i normodotati, perché a volte capitano disgrazie che non ti aspetti: un incidente, la morte di una persona cara e tante altre cose. Tu però devi avere la forza di rialzarti, e la vita stessa poi ti ricompensa per la tua determinazione. Anzi, in realtà io sono molto credente e posso quindi dire che Dio aiuta a reagire ai colpi della vita. Un momento di svolta, per me, infatti è stato il mio pellegrinaggio a Lourdes, fatto alcuni anni fa, dopo il periodo buio post-operazione. Ero molto arrabbiata con Dio, non riuscivo ad accettare che Lui avesse permesso questo nella mia esistenza. Sin da bambina, infatti, sopportavo fisioterapie massacranti e praticamente non ho mai goduto nemmeno della spensieratezza dell’infanzia. Ad un certo punto ho gridato a Dio, chiedendogli a che gioco stesse facendo con me, dato che mi ritrovavo sulla carrozzina, proprio sul posto che più volevo evitare. Questo mi sembrava tragicomico. Proprio il mio rapporto con Dio, però, allo stesso tempo mi ha aiutato a capire il senso di tutto questo e anche mia madre è stata fondamentale.

Che ruolo ha avuto sua madre?

«Nel chiederle perché Dio mi avesse abbandonata, lei mi ha detto: “Dio non ti ha abbandonata, secondo me ha permesso che ti accadesse questo perché tu gli servi sulla carrozzina, perché Lui ha dei progetti per te, sulla carrozzina”, allora lì mi si è aperto uno spiraglio di speranza. Poi, spinta dal mio professore di religione che è stato fondamentale nella mia vita, sono andata a Lourdes e lì, per la prima volta dopo tanto tempo, ho alzato lo sguardo e l’ho alzato verso la grotta. Ho ricevuto finalmente la risposta a ciò che mi stava accadendo: la Santa Vergine mi ha fatto capire che il mio compito è quello di testimoniare quanto può essere bella la vita anche nelle difficoltà, se vissuta in un’ottica di fede. Ho capito di essere chiamata a far capire l’importanza dell’accettazione della sofferenza, che è qualcosa che viviamo tutti, seppure in modi diversi. Ci sono due possibilità di affrontare le sofferenze: o si va verso l’autodistruzione oppure si reagisce sforzandosi di vivere la propria sofferenza».

Dunque cosa pensa dell’eutanasia? Può essere il rimedio facile alla sofferenza?

«Penso che sia un orrendo abominio. L’uomo vuole sostituire Dio, si crede così superiore a Dio da decidere la morte di una persona. Noi decidiamo quando nasciamo? No. Che diritto abbiamo allora di decidere quando morire? E comunque la vita ha sempre diritto di essere vissuta anche nelle sue sfumature più sgradevoli e terribili. La nostra esistenza ha mille aspetti anche negativi, ma va vissuta a fondo, accettandone tutti i rischi e i compromessi. E devi essere pronto anche quando la vita ti mette al tappeto, avendo la forza di rialzarti. A questo scopo, però, bisogna anche avere le persone giuste accanto che ti facciano capire che la vita è un dono e non hai il diritto di sprecarlo. Nelson Mandela diceva che “Il vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”: nella mia situazione ho dovuto cambiare i sogni ma non ho mai smesso di sognare, infatti se prima sognavo di camminare, ora sogno di diventare una scrittrice affermata e di vivere in comunione con il Creato e con Dio».

 

 

 

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