11/11/2019

Adozioni internazionali, parla Griffini (Aibi): «Una doccia fredda il taglio dei fondi»

Oltre al danno la beffa. Non solo le adozioni internazionali continuano ad essere l’unica forma di genitorialità a pagamento (a differenza, ad esempio della fecondazione artificiale) ma, come se non bastasse, il governo ne ha disposto un taglio di 2 milioni di euro per i prossimi tre anni. Un «segnale tremendamente negativo», secondo Marco Griffini, presidente di Amici dei Bambini (AiBi), che, intervistato da Pro Vita & Famiglia, non ha potuto nascondere il proprio disappunto, a fronte di un esecutivo che, attraverso il Family Act, aveva annunciato un rilancio delle politiche demografiche.

 

Dottor Griffini, come avete accolto la notizia del taglio dei fondi?

«Siamo esterrefatti, tanto più che tutti quanti nel governo avevano promesso che avrebbero puntato sul contrasto alla denatalità, quindi ci aspettavamo, quantomeno, che il sostegno alle adozioni internazionali potesse entrare nel Family Act. Tra l’altro, tutto questo avviene proprio nei giorni della vicenda di Giovannino, che conferma la generosa risposta che le famiglie italiane sanno dare quando si verificano casi di bambini abbandonati. Sarebbe quindi stato il caso di cavalcare questo entusiasmo, dando più fiducia alle aspiranti famiglie adottive, anche perché va ricordato che, in Italia, le coppie senza figli sono più di cinque milioni. Nel 2020, entreremo nel terzo decennio di attività della Commissione Adozioni Internazionali, che, sotto le presidenze di Rosy Bindi e, in particolare, di Carlo Giovanardi, aveva toccato l’apice della sua attività con 4200 adozioni l’anno. Lo sfacelo è iniziato con i governi tecnici, che hanno determinato un calo del 75%: alla fine di quest’anno, verosimilmente, si toccherà il minimo storico, con meno di mille adozioni. Ciò che è crollato di più, però, è stata la fiducia delle famiglie che ormai non credono più nell’istituto dell’adozione internazionale».

Quali erano, dunque, le vostre aspettative?

«Eravamo in attesa di un segnale: a fronte di questa crisi, come enti autorizzati, avevamo dato vita ad “Adozione 3.0”, proprio per imprimere uno sforzo corale per rilanciare le adozioni. Moltiplicare il fondo sarebbe stato sarebbe stato un grosso incentivo e un segnale di fiducia da parte del governo. Invece abbiamo ricevuto questa doccia fredda: è la prima volta che il fondo per le adozioni internazionali non viene incrementato ma diminuito. È un segnale molto negativo, specie a fronte di quanti avevano promesso di puntare sul contrasto alla denatalità. Ciononostante, speriamo che in questi giorni, nel dibattito parlamentare sulla finanziaria, si possa rimediare a quello che giudichiamo un grave errore».

A suo avviso, ci sono soltanto ragioni economiche dietro questa misura o potrebbe esservi una radice ideologica?

«Non vorrei che sia il sintomo di quello che è sempre stato un disinteresse riguardo alle adozioni internazionali. Purtroppo, le adozioni internazionali sono l’unica forma di genitorialità a pagamento, quando sappiamo che tutte le altre – compresa la fecondazione artificiale (anche eterologa), su cui nutriamo grandi riserve e che è stata inserita nei LEA, quindi a carico dello stato per i primi tre interventi – sono a carico dello Stato. Forse c’è dietro un errore concettuale, per cui l’adozione viene ancora intesa come un problema della coppia e non come un grande atto di giustizia nei confronti del minore. Non credo vi sia un atteggiamento punitivo ma andare a fare la spending review sulla pelle dei bambini abbandonati non mi sembra proprio che sia la strada giusta. Tanto più che ci eravamo rallegrati del fatto che, come presidente della Commissione Adozioni Internazionali, fosse stata designata il ministro per le Pari Opportunità e per la Famiglia, Elena Bonetti, dopo un anno di delega al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che, evidentemente, non avrebbe avuto molto tempo di occuparsene. Anche la fine dell’anomalia nata sotto il governo Renzi, per cui era stata data la delega di presidente al vicepresidente, ci era sembrato un buon segno. Ora, così, siamo a un punto di non ritorno. Ed è un vero peccato, anche perché l’Italia è sia il secondo paese al mondo per adozioni, sia il paese che ha stipulato il maggior numero di accordi bilaterali con i paesi di origine, i quali vedono con favore le adozioni fatte dalle nostre famiglie. Nei nostri database i bambini bisognosi di adozione sono centinaia, quello che mancano sono le coppie adottive. Anche alla luce di tutto ciò, diminuire il fondo per le adozioni internazionali è un segnale tremendamente negativo».

 

di Luca Marcolivio

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