08/01/2019

Aborto, utero in affitto, unioni gay: il cambiamento del linguaggio l’ultima insidia

Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, si è soliti dire in ambito matematico; la stessa cosa può dirsi anche per ciò che riguarda il linguaggio sempre più spesso manipolato o deformato per attutirne l’impatto. Una manipolazione cui non sfuggono termini che hanno a che fare con la difesa della vita umana. Un esempio su tutti, l’aborto. Questo termine è decisamente forte, tanto è vero che nel linguaggio comune viene spesso utilizzato anche come sinonimo di “mostruosità” (è venuto fuori un aborto con riferimento a un prodotto deformato) di  “fallimento”, di “flop”. Il termine aborto è destinato quindi a produrre un impatto linguistico violento, essendo associato irrimediabilmente a un omicidio: legale quanto volete, ma sempre di omicidio si tratta. Ecco quindi che il linguaggio dell’ipocrisia e del politicamente corretto ha provato a ridimensionare la violenza del gesto con il ricorso ad altre e diverse espressioni linguistiche. Si è passati così a “interruzione volontaria di gravidanza”, oppure anche soltanto ad  “applicazione della legge 194“. Il risultato non cambia, ma sicuramente usare termini diversi da aborto può tornare utile per non scandalizzare più di tanto.

Stesso discorso per ciò che riguarda l’utero in affitto. Qui di sinonimi se ne sono introdotti in quantità industriale: “maternità surrogata o surrogazione di maternità”,  “gestazione per altri”, “surrogazione gestazionale” “gestazione d’appoggio”. Termini questi che molti forse fanno anche fatica a comprendere o a non cogliere al volo, ma sicuramente utili a nascondere la realtà dei fatti: ossia l’affitto dell’utero di una donna utilizzata come incubatrice per dare alla luce un figlio che sarà poi ceduto ad altri. Il risultato è un corpo mercificato, quello della madre surrogata, e un neonato trattato alla stregua di un prodotto da magazzino, prenotato e ritirato a tempo debito. Una cosa mostruosa che resta tale prescindendo dalla modifica del linguaggio.

E che dire poi delle coppie gay? Si sa che nell’opinione pubblica fa ancora un certo effetto sentir parlare di unioni formate da persone dello stesso sesso, ancora di più nel momento in cui pretendono pure di adottare figli. Ecco allora che si è passati a utilizzare termini impropri come “famiglie arcobaleno”, oppure “famiglie Lgbt”, o ancora “famiglie omogenitoriali”. Con il termine famiglia utilizzato in maniera del tutto “abusiva”, in quanto la famiglia è soltanto quella naturale fondata sull’unione fra un uomo e una donna. È la nuova moda dell’ideologia gender, quella cioè di confondere le idee alle persone con il ricorso alla manipolazione del linguaggio pensando di agevolare così la filiera dei diritti individualistici; dal riconoscimento delle unioni gay alle adozioni attraverso la pratica dell’utero in affitto. Uno strumento, quello del cambiamento di linguaggio, che è forse l’insidia più grande del nostro tempo, il tentativo più subdolo di anestetizzare la vigilanza dell’opinione pubblica sui temi etici.

Americo Mascarucci

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