16/09/2017

Utero in affitto: anche ArciLesbica vi si oppone

Il tema dell’utero in affitto è forse, tra gli argomenti bioetici di stringente attualità, quello che riesce maggiormente a raggruppare fronti molto diversi.

A esprimersi contro la pratica dell’utero in affitto sono infatti, al di là delle realtà pro-life e pro-family, anche esponenti del mondo femminista e del mondo arcobaleno.

In particolare sottolineiamo l’iniziativa di ArciLesbica del Trentino Alto Adige e del Centro antiviolenza di Trento, che qualche sera fa hanno promosso una conferenza di presentazione del libro «Fare un figlio per altri è giusto. Falso!», a firma della sociologa Daniela Danna.

Ricercatrice in sociologia presso la facoltà di Scienze Politiche di Milano, dove si occupa principalmente di questioni legate alla globalizzazione, la relatrice non è catalogabile nella cerchia pro-family, eppure sull’utero in affitto risuona chiaro il suo «No», «perché affermava in un’intervista già nel 2015 ogni accordo che a priori preveda il distacco di una madre naturale dal/la sua/o neonato/a a prescindere dalla sua volontà è disumano, e perché lo è altrettanto ogni conferimento di denaro da parte dei genitori “committenti” per ottenere un/a neonata/o attraverso quindi un commercio di bambini».

La Danna non è contro l’adozione di bambini a coppie omogenitoriali o a single, ma ha chiaro che il bambino è della donna che lo porta in grembo e lo partorisce, essendosi tra loro instaurata una profondissima relazione. E questo a dispetto di chi abbia o meno fornito il “materiale genetico”.

In un’intervista  sul giornale locale Il Corriere del Trentino (14 settembre 2017, p. 7) pubblicata proprio in occasione della conferenza organizzata da ArciLesbica, la Danna – alla richiesta della giornalista di definire cosa sia l’utero in affitto (termine che la sociologa non ama, ma tant’è) – non ha usato mezzi termini: «Si tratta di un istituto giuridico che dichiara invalida l’esperienza di maternità di una donna. È una finzione giuridica che serve a mettere sul mercato la filiazione, ovvero, concretamente, i neonati. È un istituto oppressivo per le donne, che non possono più proseguire la relazione materna se lo vogliono, ed è ingiusto nei confronti dei neonati ai quali si spezza il loro primo, importantissimo legame. Senza parlare del fatto che crea un commercio di vite umane».

Una vita umana, prosegue quindi la sociologa, non può essere pagata – attenzione! – «neanche a fin di bene» perché la “surrogazione” altruistica non esiste, in quanto l’utero è una parte del corpo della donna che non può essere scisso della sua persona: «Si tratta – afferma Danna – di un lavoro. Non applichiamo la categoria della libera scelta al lavoro, ma quella della necessità».

Insomma: di destra o di sinistra, etero o omosessuali, basta un minimo di razionalità per essere contrari all’utero in affitto. 

Teresa Moro


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