09/11/2021 di Manuela Antonacci

Roberto Brazzale: quando l’imprenditoria diventa pro life e pro family. Anche con Confindustria

La storia è quella dell’imprenditore Roberto Brazzale, avvocato di 59 anni e a capo della più antica azienda casearia d’Italia. La sua famiglia produce e commercia formaggi dal 1784, i suoi avi già dal Seicento. Ma la storia di “coraggio” è quella della volontà, diventata concreta, di essere un’impresa illuminata, a sostegno dei dipendenti, delle loro famiglie, della natalità del Paese, delle donne e, dunque, con uno sguardo pro life e pro family rivolto al futuro. Anche con nuove idee e progetti sempre più ampi.

 

Dottor Brazzale, sotto questo aspetto Lei sta portando avanti un progetto con Confindustria Veneto, di che si tratta?

«Assieme ad altri imprenditori veneti, che hanno adottato nelle loro imprese delle misure a sostegno della maternità abbiamo, abbiamo costituito un gruppo che si chiama “Benvenuta cicogna”, un gruppo leggero, una sorta di mailing list, in cui ci scambiamo esperienze, informazioni. Nel momento in cui Confindustria Vicenza rinnovava i suoi vertici, nell’aprile scorso, abbiamo deciso di fare un appello pubblico ai candidati presidenti perché si impegnassero ad aprire un tavolo con noi e con altri   industriali con la nostra medesima esperienza in questo campo, per poterla trasmettere anche ad altri colleghi del territorio. E dopo questo nostro appello, per una strana coincidenza, in Confindustria Vicenza e Gruppo Giovani Imprenditori di Vicenza sono state elette alla presidenza due donne.  La scorsa settimana (fine ottobre) la presidente Camilla Cielo mi ha invitato all’assemblea annuale dei giovani di Confindustria Vicenza per raccontare la nostra esperienza. Ho parlato loro dell’impresa come comunità, del potere incredibile di cui dispone l’imprenditore libero di fare di propria testa e di pagare di propria tasca, a differenza dei politici e dei pubblici amministratori, legati a procedure vincolate e costretti a elemosinare il consenso. Alla fine ho proposto loro di scatenare una rivoluzione di bellezza, adottando nelle loro aziende misure a sostegno della maternità che determinino una “disruption” dell’esistente e riportino la maternità al centro. Abbiamo sentito vibrare il cuore di quei giovani, siamo molto fiduciosi».

Oggi si parla addirittura di “dittatura senile” in Italia che ci starebbe danneggiando anche dal punto di vista economico, che ne pensa?

«Abbiamo coniato il termine “Dittatura senile”, perché ci sembra che descriva perfettamente lo status quo. Dittatura, perché si spendono 269 miliardi per le pensioni, ma non si trovano 7,5 mld l’anno per estendere a tre anni il congedo parentale. Pensi che il reddito di cittadinanza ne costa oltre 9».

 Vogliamo accennare alle politiche pro family che ha adottato nella Sua azienda?

«Abbiamo iniziato con il baby bonus, nel 2017, una mensilità aggiuntiva, per ogni bambino nato o adottato. Tuttavia, in Repubblica Ceca abbiamo capito che la vera misura risolutiva per far tornare “figo” fare figli è il congedo parentale almeno triennale. Di fronte alla totale inerzia dello stato italiano abbiamo deciso di fare un grande sforzo ed introdurre la possibilità di allungare di un anno, fino a due, il congedo parentale. Finiti quello obbligatorio e quello facoltativo, ciascun nostro dipendente, maschio o femmina, può accedere ad un contratto part- time senza obbligo di presenza fino ad un anno di durata, con la retribuzione al 30%. Terminato questo periodo, ritorna al lavoro, ovviamente a tempo pieno».

Una sfida ardua dal punto di vista dell’impresa…

«Sì. E’ una misura molto impegnativa economicamente ma ci siamo resi conto che la mamma ed il bambino hanno bisogno di un tempo di almeno tre anni solo per loro. Un tempo di qualità, vissuto serenamente, senza la paura di non trovare il proprio posto di lavoro. Abbiamo capito che dobbiamo fare da soli. Non abbiamo bisogno né dei sindacati, né degli accordi, né tantomeno dello stato. Se poi vogliono contribuire, ben volentieri, ma noi di “Benvenuta Cicogna” preferiamo cavarcela da soli. Vicenza è una provincia ad altissima vocazione industriale, dove il tessuto sociale è imperniato sull’industria. Quello dell’imprenditore è un potere enorme che va esercitato, anche attraverso misure, come le nostre, che potranno anche avere dei limiti, ma senz’altro hanno un forte significato simbolico oltre che concreto: far tornare la procreazione al centro dell’attenzione sociale. Tuttavia, le vere misure risolutive, dovrebbero essere adottate, da parte dello stato e del sistema previdenziale, come nei paesi davvero civili».

Però, come sottolineava Lei, a livello nazionale si potrebbe fare di più.

«Basterebbe che gli italiani, per usare una metafora, copiassero dal compito dei “secchioni”. Ci sono tanti “secchioni” in giro per il mondo, uno di questi è la Repubblica Ceca, dove la maternità è tutelata, dove le nascite sono superiori alle morti, basta imitare certe iniziative. Io in quel paese ci lavoro e vedo tutti i giorni gli effetti di tutte queste misure. Lì gli anni del congedo parentale arrivano a 4, così, se si hanno due figli a distanza di tre anni, si sommano gli anni del congedo e si può rimanere a casa finché l’ultimo dei due figli ha tre o quattro anni. La percentuale di donne lavoratrici è molto più alta che in Italia, a dimostrazione che il congedo parentale lungo non marginalizza le donne, anzi, è in Italia che al primo parto si licenziano per accudire il bambino, ma senza alcuna garanzia. Le nostre collaboratrici ceche che hanno avuto più figli e sono state via anche sette anni e poi sono ritornate grazie al posto di lavoro garantito e sono realizzate come mamme, i loro bambini vanno all’asilo o a scuola ma hanno passato assieme il periodo più bello e delicato dell’infanzia. Alle donne italiane che temono che il congedo prolungato le marginalizzi ancor di più sul lavoro, dico di venire a verificare di persona quei risultati e quanto le donne ceche riescano a conciliare maternità e carriera ai massimi livelli».

Qualche esempio negativo e positivo?

«L’asilo nido nei primissimi anni, per esempio, è una soluzione che andrebbe evitata per quanto possibile: è una soluzione emergenziale, un male minore, ma è traumatica, sia per la mamma che per i bambini, costosa per le famiglie e per la collettività. Dunque, la vera soluzione è il congedo parentale lungo, in quanto permette alle mamme di tornare al lavoro più serene, più mature, felici per aver accudito il loro bambino per tutta la prima infanzia.  Al contrario, lo stato italiano continua ad investire in misure inefficaci perché nessuno in Italia ha focalizzato il vero problema, restituire alle madri il congedo lungo».

Quali sono i limiti del modus operandi italiano?

«Il PNRR [Piano Nazionale di ripresa e Resilienza), che già di per sé  è una vergogna perché scarica una montagna di debiti sulle future generazioni, non prevede nessuna misura a favore delle mamme. Le misure a favore degli asili [l’obiettivo del PNRR è quello di colmare le carenze strutturali dell’offerta di servizi di istruzione nel nostro Paese N.d.R.] in realtà riguardano la loro parte edilizia, mentre il vero problema degli asili è la loro gestione. Un altro fallimento sarà l’assegno unico. Non è una misura a favore della maternità, è una misura di politica assistenziale indirizzata a categorie di reddito basso. Ma che c’entra il reddito basso con la maternità? Non si tratta di una questione puramente economica, ma di recuperare la centralità della maternità nella vita sociale, nella vita lavorativa, che riguarda anche le persone abbienti. Peraltro, bisogna considerare che per non uscire dall’assegno unico le donne saranno incentivate a restare a casa, anzi a licenziarsi, senza rientrare al lavoro».

Da questo punto di vista la denatalità continua a non arrestarsi in Italia

«E’ vergognoso che l’Italia conti il più basso tasso di nascita rispetto ai morti e il più basso tasso di occupazione femminile in Europa. Il disastro demografico italiano è espresso bene da questi numeri: 740.000 morti, l’anno scorso, 405.000 nati, dunque l’Italia, l’anno scorso, ha perso un bambino ogni tre morti,  335.000 vite, cioè parliamo di una città come Firenze, ma di neonati. Nemmeno Erode! Se consideriamo poi i 135.000 emigrati dall’Italia, il saldo negativo arriva quasi a mezzo milione di individui persi al nostro corpo sociale, ovviamente al netto delle immigrazioni. Sembra che i nostri connazionali siano affetti da una maledizione: non hanno più la capacità di guardare la realtà, i numeri. Si preoccupano giustamente per il Covid eppure, nel 2020, sono morti circa 100.000 italiani per il Covid. L’età media di questi morti era di 82 anni, l’aspettativa di vita media era di 83,4 anni. Dunque, l’Italia, a causa della pandemia, ha perso 140.000 anni di vita. Nello stesso anno l’Italia ha perso anche 335.000 bambini, rispetto ai morti. Se consideriamo, poi, che quei bambini avrebbero 83,4 anni di aspettativa media di vita e moltiplichiamo 300.000 per gli 84 anni di vita, otteniamo quasi 28 milioni di anni di vita persi! Una desertificazione impressionante. Insomma, oggi siamo tutti allarmati per l’impatto disastroso di una malattia che ci ha privati di 130.000 anni di vita e nemmeno ci preoccupiamo di ciò che ci sta rubando 28 milioni di anni di anni di vita, e ciò accade ogni anno».

Un problema anche culturale quindi?

«La nostra società si sta estinguendo a passi inesorabili nell’incoscienza o nell’inettitudine di chi dovrebbe reagire per far ritornare “figo” fare figli. Si pensa ai neonati solo come numeri per sostenere un welfare irresponsabile, mentre procreare dovrebbe essere l’evento al centro di ogni cosa per il suo significato profondo e la sua bellezza. L’egoismo della gerontocrazia marginalizza e continua a caricare di debiti quei poveri giovani che ormai sentono la procreazione quasi come una colpa, un ostacolo da rimuovere, mentre le donne fanno sempre meno figli e sempre meno sono lavoratrici attive. Fanno bene ad andarsene altrove, nei paesi civili in cui le piazze sono piene di carrozzine, mamme e papà, come di mamme realizzate e serene sono pieni i luoghi di lavoro».

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