15/10/2019

Regionali Umbria, Pillon: «Rimettere al centro la famiglia è giustizia e cultura»

Il prossimo 27 ottobre gli elettori dell’Umbria saranno chiamati al voto per le regionali. In questi giorni molte associazioni pro life e pro family si sono mobilitate per chiedere alla politica regionale di porre l’accento sulla tutela della famiglia. Sul tema e sul Manifesto Valoriale che verrà proposto e firmato da molti candidati, Pro Vita & Famiglia ha dialogato con il senatore della Lega Simone Pillon.

 

Senatore a breve ci saranno le elezioni in Umbria. Quali sono le istante per tutelare la famiglia?

«La sinistra ha trasformato l'Umbria in un laboratorio per esperimenti di ingegneria sociale. La famiglia è stata sostituita da una pluralità di modelli familiari: due uomini, due donne, perfino il single è stato definito "famiglia". I risultati sono stati deleteri: primo tra tutti la denatalità: l'Umbria è una regione ormai in via di estinzione. Di fronte all'inverno demografico la sinistra umbra ha imposto la sostituzione con i migranti, molto spesso di fatto deportati dai loro paesi di origine. I vertici regionali hanno inoltre tentato di calpestare la libertà educativa dei genitori, favorendo e finanziando veri e propri corsi di gender nelle scuole umbre. C’è addirittura  una legge regionale che finanzia le lobby gay portandole nelle scuole per fare di fatto la loro propaganda. Le famiglie umbre hanno presentato nel 2010 una legge di iniziativa popolare, all’avanguardia, in materia di politiche familiari. La sinistra ha dovuto approvarla obtorto collo ma poi ha pensato bene di chiuderla nel cassetto, senza più finanziarla. E pensare che in quella norma c'erano ottime soluzioni, dal sostegno alle giovano coppue fino al buono-scuola, dal fisco a misura di famiglia fino al bonus bebè. Di tutto questo è stata finanziata solo la parte relativa ai contributi da dare agli ‘amici degli amici’ e poi non se ne è fatto più nulla».

Nel Manifesto Valoriale che è stato presentato dalle associazioni pro life e pro family si parla del contrasto ai disagi delle famiglie e di mettere in primo piano il ruolo culturale della famiglia. Come sarà possibile questo dal punto di vista politico e amministrativo?

«Dall’ultimo rapporto annuale sulla povertà, la Regione Umbria tratteggia l’identikit del povero medio: giovane sposato con figli. Il fatto che avere una famiglia con figli comporti come conseguenza essere in povertà la dice lunga su quali tipi di politiche siano state fatte negli ultimi cinquant’anni in Umbria. La riscossa, appunto, deve essere sul piano culturale. Ciò significa che per anni le famiglie hanno ricevuto promesse di incentivi, spesso tramite lo strumento del contributo ad hoc, quindi tutti quei contributi relativi ai libri di testo per le scuole, alle spese mediche dei figli e così via. Secondo noi questi sono solo strumenti per mettere le famiglie in fila con il cappello in mano e a giurare fedeltà al politico di turno che promette queste cose. La riforma che noi immaginiamo per la Regione Umbria è una riforma che parta dall’importanza culturale della famiglia e quindi con la consapevolezza che la famiglia è il motore di questa Regione. Penso quindi al valore dei nonni, dei genitori, di chi ogni mattina si alza per portare i figli a scuola, per prendersi cura degli anziani, dei disabili, di chi non ce la fa. Rimettere al centro la famiglia è un atto di giustizia e di cultura. La famiglia va quindi sostenuta con riforme strutturali perché ogni famiglia è una risorsa. Ogni euro impiegato per la famiglia non deve esser una spesa, ma messo a bilancio nella voce investimenti».

Queste istanze che voi portate ora in Umbria, saranno portate anche a livello nazionale? Che ostacoli pensate di incontrare in tal senso?

«Noi continueremo a portare avanti queste politiche. L’ex ministro Fontana aveva immaginato un pacchetto serio di politiche fiscali per la famiglia, strutturate e strutturali. Cioè delle politiche che riconoscevano, attraverso il meccanismo delle deduzioni più che delle detrazioni, il peso dei carichi familiari, lasciando i soldi nelle tasche dei padri e delle madri. In altre parole le famiglie non andavano tassate per poi ricevere indietro qualcosa sotto forma di assegni familiari, ma doveva essere lasciato in possesso delle somme che gli spettano. Questa forma di fiscalità era nel pacchetto cosiddetto della Flat Tax, ma ovviamente adesso è stato stoppato dal governo giallorosso. Ora si parla tanto di assegno unico per la famiglia, ma altro non sono che gli 80 euro di Renzi che cambiano nome. Noi continueremo ad ogni livello la nostra battaglia per veder riconosciuto il valore della famiglia sul piano etico e sociale e avere conseguentemente un fisco a misura di famiglia, ma non si può pensare che le politiche familiari le faccia chi teorizza la sostituzione di mamma e papà con genitore1 e genitore2».

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