18/01/2023 di Luca Marcolivio

Regionali Lazio. Iannarelli (FdI): «Stop subito ai fondi per la transizione di genere dei minori»

Tra i candidati alle prossime elezioni regionali (12-13 febbraio 2023), è uno di quelli con un curriculum veramente pro-life e pro-family “doc”. Insegnante romana di 48 anni, madre di cinque figli, Maria Chiara Iannarelli è nota soprattutto per il suo impegno nell’associazione “Articolo 26” per la libertà educativa, di cui è stata fondatrice. Candidata con Fratelli d’Italia, Iannarelli include nel suo programma un’agenzia per la famiglia e la natalità ma, soprattutto il taglio dei fondi regionali a qualsiasi forma di ideologia gender.

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Maria Chiara Iannarelli, nel suo programma per le elezioni regionali nel Lazio, quali sono le misure a sostegno della maternità e del diritto alla vita sin dal concepimento?

«La Regione non è soltanto un’entità amministrativa ma è il luogo dove noi nasciamo, mettiamo su famiglia, lavoriamo e intendiamo sostanzialmente restare, la vita deve essere centrale in ogni sua declinazione. Non a caso, le idee che sono al fondo del mio programma, ruotano intorno al diritto alla vita, alla natalità, alla formazione, alla libertà di educazione. L’ho messo come slogan, in quanto è quello in cui credo: voglio una Regione libera, che abbia cura delle famiglie, dei più deboli, dei fragili, dei poveri e che abbia cura anche della propria identità storica, culturale, ambientale. La famiglia, per adempiere alla sua missione naturale di far nascere e crescere bene i figli, di fronte a un attacco ideologico e culturale senza precedenti, deve essere posta nelle migliori condizioni. La mia è una strategia “in avanti”, con sostegni ad hoc, un aiuto specifico alle gestanti in difficoltà e alle madri sole, con un contributo economico dal primo mese di gravidanza fino alla maggiore età del figlio. Poi prevedo agevolazioni sull’IRAP a tutte le aziende che prevedano premi e facilitazioni per la nascita di un figlio o agevolazioni alle madri lavoratrici. Nel mio progetto c’è anche un’agenzia regionale per la famiglia e la natalità, alle dirette dipendenze del presidente della Regione, con fondi propri e funzioni di coordinamento con gli altri assessorati sui temi della famiglia e della natalità: dobbiamo fare un passo avanti di tipo culturale, non più politico-assistenziale. Le politiche per la famiglia sono politiche per la promozione di tutta la società».

Come aiuterete le famiglie, in particolare quelle numerose?

«Essendo membro dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose da più di vent’anni, questo tema delle famiglie numerose è nel mio DNA, nella mia storia e nel mio cuore. Le famiglie numerose, come ricorda l’ISTAT, sono un volano per tutta la natalità e per tutto lo sviluppo, quindi andrebbero incentivate. In particolare, il cuore del mio programma è nell’attuazione del fattore-famiglia, uno strumento che riesce a riconoscere il peso di tutti i componenti a carico e che è pensato soprattutto per le famiglie più fragili, monoreddito, con figli e disabili a carico. Il criterio è un criterio di equità, per cui avere più figli equivale a pagare meno tasse: non è ammissibile che una famiglia monoreddito con quattro o cinque figli, paghi le stesse tariffe di chi non ha nessun figlio o soltanto uno. Il tutto per consentire un accesso equo e vantaggioso alle prestazioni sociali, ai servizi comunali e regionali. Nello specifico, vorrei introdurre un pacchetto maxi-famiglia che, per le famiglie con tre o più figli, preveda in maniera mirata un insieme di esenzioni o riduzioni per le rette dei nidi, sconti sui trasporti, sui ticket sanitari per nuclei con tre o più figli. Serve poi un fondo per spese più specifiche (odontoiatriche, oculistiche, ecc.) per chi ha figli. E ancora: agevolazioni per i libri di testo e l’esenzione dal bollo auto. Per una famiglia con cinque figli, come la mia, come si può pensare che sia un lusso acquistare una macchina con sette posti? Oggi il fatto di avere più figli vuol dire diventare più poveri e questo è inaccettabile».

Cosa può fare l’amministrazione regionale per evitare la diffusione dell’ideologia gender a scuola e difendere la libertà educativa dei genitori?

«Molti sanno che il tema della libertà d’educazione è stato centrale nei miei tanti anni di attivismo nell’associazionismo pro-life e pro-family. Per me è la madre di tutte le battaglie. Come diceva don Luigi Giussani, senza libertà d’educazione, non vi è libertà di nessun tipo. In particolare, a causa delle ideologie che – come dice papa Francesco – stanno trasformando le scuole in campi di rieducazione, siamo chiamati come cittadini a fare tutto il possibile per fermarle. Anche qui l’attacco alla famiglia passa per delle pericolose trappole politiche che i governi nazionali e regionali mascherano come battaglie antibullismo e anti-discriminazione. Bisogna quindi affrontare il problema a monte, quando vengono pensati i progetti educativi, concentrandosi su chi li pensa, su come li pensa e che obiettivi ha. Mi riferisco a ben precise associazioni legate alla politica di sinistra, diventate vere e proprie lobby, che io ho visto con i miei occhi, a tanti tavoli, portare avanti non gli interessi dei ragazzi ma ideologie pericolosissime. Propongo il consenso informato dei genitori per tutti i progetti educativi. Inoltre, una battaglia fondamentale è quella di dare alle famiglie la possibilità di scegliere la scuola in cui vogliono educare i loro figli, unitamente al buono scuola, per fare sinergia tra pubblico e privato, in base al principio di sussidiarietà. Infine: basta con le sovvenzioni indiscriminate a migliaia e migliaia di progetti infondati e pericolosi, compresi quegli istituti anche sanitari che oggi, nel Lazio, spingono per la transizione di genere anche a bambini di 9-10 anni, senza diagnosi».

Qual è il vostro programma per la disabilità?

«Una civiltà si misura per la cura che ha per i più fragili, dal bambino non ancora nato alla donna sola, fino alla persona con disabilità. Abbiamo pensato che un tema fondamentale, dove però c’è una grossa carenza è quello del collocamento mirato delle persone con disabilità. Abbiamo l’articolo 14 della Legge Biagi che consente l’inserimento dei lavoratori con disabilità nelle aziende, ma questi inserimenti sono parziali e insufficienti; dovremmo invece coinvolgere delle cooperative sociali in grado di inserire attivamente nel proprio organico persone con disabilità. Le regioni hanno anche la possibilità di investire più fondi per interventi di assistenza a casa. Oggi la legge del “dopo di noi” permette che non solo in caso di morte dei genitori, si pensi a collocare una persona con disabilità in una struttura che può essere a volte lontanissima da casa. È inimmaginabile pensare che una persona con disabilità veda il filo della sua vita recidersi alla morte dei suoi cari. Allora serve lavorare per potenziare i fondi dell’assistenza nella casa, nel contesto e nella storia di queste persone che vanno viste nella loro dignità assoluta di persone. Tutto il tema del care giving, quindi, va valorizzato».

Per concludere, cosa dovrà fare la nuova amministrazione regionale per le categorie più deboli, ovvero anziani e malati, specie nel fine vita?

«È chiaro che siamo di fronte a una società che invecchia rapidamente. Sta aumentando il numero degli ultranovantenni, quindi anche delle patologie croniche e delle varie forme di demenza. La Regione è una grande famiglia e, come in ogni famiglia, tutti i suoi membri vanno tutelati e aiutati, compresi gli anziani: la fragilità e la malattia non sono un’eccezione ma una condizione da affrontare e va trasformata in un’opportunità sociale e culturale. Gli anziani sono una risorsa per tutti noi, rappresentano la storia identitaria e la saggezza. Un’altra politica che penso vada incentivata è quella di assicurare maggiori cure domiciliari per i malati terminali. Sono state fatte introduzioni importanti in questo senso, penso anche a delle esperienze pilota, a partire dall’università del Sacro Cuore di Roma e dal Policlinico Gemelli. Serve potenziare l’assistenza di malati terminali a partire da quelli oncologici perché sia possibile una cura e un accompagnamento nella loro casa, proprio per ribadire che la vita ha sempre una dignità dal concepimento alla morte naturale, ponendo la persona al centro».

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