22/05/2013

Poche ma sentite parole su “cultura dello scarto” e terrorismo demografico

Non è mai stato un combattente in prima linea, in strada, dietro striscioni a guidare marce per la difesa dei valori non negoziabili, dal no all’aborto al rifiuto dell’eutanasia, dall’opposizione ai matrimoni omosessuali all’adozione di bambini da parte di persone dello stesso sesso. Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, ha sempre preferito l’ambone delle chiese o i tavoli delle grandi assemblee che periodicamente radunano una vicina all’altra le conferenze episcopali continentali, come quella dell’episcopato latino-americano che si tenne ad Aparecida, in Brasile, nel 2007. E’ lì che il gesuita argentino ha sempre assestato i suoi colpi a quella “cultura dello scarto” che consiste “nell’applicazione della pena di morte” tramite l’aborto e l’eutanasia.

Poco meno di sei anni fa, parlando di fronte a più di duecento sacerdoti, religiosi e laici del suo paese, Bergoglio spiegò che “la cultura dello scarto si esprime in un progressismo a-storico, senza radici e in un terrorismo demografico”. Pensiamo al fine vita, aggiungeva colui che nel marzo del 2013 sarebbe stato eletto vescovo di Roma dopo la rinuncia di Benedetto XVI: “Oggi c’è un’eutanasia coperta, che coinvolge soprattutto gli anziani”. Sono loro il “materiale di scarto, pronto per essere gettato via”. La vita, ha ribadito ancora ieri il Papa durante l’udienza generale in piazza San Pietro, “va promossa e difesa dal concepimento al suo naturale declino”. Vita che, come diceva Bergoglio ad Aparecida, “è ciò che viene valorizzato di meno”.

Nessun cedimento sui valori non negoziabili, quindi, come invece ipotizzava chi etichettava Francesco – non appena sentito che era lui il prescelto per succedere a Joseph Ratzinger – alla stregua di un progressista, opposto al conservatorismo ratzingeriano e wojtyliano. Se c’è uno che in America latina aveva sempre contenuto la Teologia della liberazione, affermando la validità della dottrina ufficiale di Roma, questi era proprio Bergoglio, assicurava chi lo conosceva bene.
Lo si è visto anche in occasione della battaglia contro la legge del governo presieduto da Cristina Kirchner che ha approvato i matrimoni omosessuali. “Cerchiamo di non essere ingenui”, scriveva Bergoglio in una lettera alle monache carmelitane di Buenos Aires nel giugno del 2010: “Questa non è una semplice lotta politica, è un tentativo di annientare il piano di Dio. Questa è una mossa del padre della menzogna” contro la quale il cardinale gesuita arrivò persino a invocare una “guerra di Dio”. E’ stata quella l’unica volta in diciotto anni da vescovo – ha raccontato lo stesso Pontefice nella conversazione con il rabbino Abraham Skorka – “che ho richiamato l’attenzione di un pubblico funzionario, il sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri” che non era ricorso in appello contro la sentenza che autorizzava le nozze gay. Questo rappresenta “un disvalore, un regresso antropologico che indebolisce un’istituzione millenaria che si è forgiata in accordo con la natura e l’antropologia”. L’unione tra persone dello stesso sesso, scriveva in una lettera pastorale nel luglio di tre anni fa fatta leggere in tutte le chiese della capitale sudamericana, “è priva della dimensione coniugale e dell’apertura alla procreazione. Al contrario, il matrimonio e la famiglia che in esso si fonda, costituiscono il focolare delle nuove generazioni umane”. Prendere atto di questa “oggettiva differenza”, aggiungeva il porporato argentino, “non significa discriminare”. Anzi, “sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno status di diritto pubblico”.

di Matteo Matzuzzi

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