La sensazione che in Italia l'Ordine degli Psicologi potesse essere pro Lgbt, e quindi schierato su questioni etiche molto delicate, c'era da tempo. Negli ultimi mesi, in particolare, quella che era solo un'ipotesi ha trovato diverse conferme tangibili. Il caso più clamoroso è forse quello del Roma Pride dello scorso 20 giugno, manifestazione che ha incassato – appunto – l'adesione convinta del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi, che – per la prima volta nella sua storia – ha fatto sapere ufficialmente di partecipare all'evento «per rappresentare nello spazio pubblico i diritti di ogni persona e i valori del nostro lavoro quotidiano: rispetto, ascolto, inclusione e tutela della dignità di ogni persona».
L'ultimo caso: quello della Liguria
Certo, si poteva pensare che si fosse trattato di un caso, nel senso che gli psicologi potessero essere interessati, al di là di quell'adesione, a preservare una posizione di equilibrio e terzietà rispetto alle rivendicazioni Lgbt; però così non è. Lo prova, per venire a questi giorni, il convegno dell'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Liguria che si terrà domani, sabato 26 settembre, e che è intitolato «Percorsi di affermazione e identità transgender: clinica, deontologia e rete territoriale». Organizzato presso l'auditorium dell'Istituto Nautico San Giorgio con incontri che occupano non l'intera giornata ma gran parte di essa sì (dalle ore 8:30 alle 17:30), il convegno presenta una locandina piuttosto esplicita rispetto agli scopi dell'evento. «Nonostante l'evoluzione dei modelli clinici», si legge infatti in tale locandina, «persiste un divario formativo legato ad approcci obsoleti o involontariamente patologizzanti. Il rischio di incorrere in micro-aggressioni comunicative o in malpratica deontologica all'interno del setting clinico è spesso l'esito di una parziale conoscenza dei nuovi inquadramenti nosografici (come il passaggio della varianza di genere nell'ICD-11 all'interno della cornice della salute sessuale) e dei modelli di Gender Affirming Care». Ora, appare piuttosto chiaro come l'Ordine degli psicologi liguri sposi senza troppi giri di parole un approccio affermativo rispetto all'identità di genere. Il che – ormai lo ribadiamo da tempo – sicuramente non rispecchia le più documentate, recenti e autorevoli ricerche e certezze scientifiche e biologiche al riguardo.
L'approccio affermativo che andrebbe rigettato
Già da qualche anno, infatti, in alcuni Paesi progressisti e non certo tacciabili di bigottismo quali la Svezia, la Francia, l'Australia e la Nuova Zelanda, le società mediche hanno iniziato a prendere le distanze dalla medicalizzazione precoce dei cosiddetti baby trans e dallo stesso approccio affermativo di genere. Senza dimenticare, tra le tante cose che si potrebbero ricordare, i cosiddetti WPATH files del 2024, vale a dire un dossier interno di oltre 200 pagine – proveniente da quella che è ritenuta la principale autorità scientifica sulla medicina di genere, sulla transessualità e sul cosiddetto «cambio di sesso» – che prova come i medici del settore sovente operino noncuranti dei danni che cagiona la transizione di genere.
Un convegno di parte?
Di questi e altri sviluppi scientifici in materia di identità di genere gli psicologi liguri non sembrano tenere adeguatamente conto. Non stupisce pertanto apprendere come proprio l'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Liguria, il 13 giugno scorso, avesse già aderito con entusiasmo al Liguria Pride, presentando tale adesione come una continuazione «dell'impegno nel rispetto della persona», cosa, quest'ultima, sulla quale, beninteso, non si può che essere d'accordo. Peccato che i Pride siano, da molto tempo, manifestazioni fortemente di parte. A differenza degli Ordini professionali che invece, repetita iuvant, dovrebbero sforzarsi evidentemente di più per mantenere un profilo istituzionale e super partes. Un'oggettività che, sinceramente, sembra non avere in particolare il già citato convegno di domani, visto che lo stesso programma dell'evento cita i nomi di «esperti» palesemente di parte. Innanzitutto l'avv. Ilaria Gibelli, dello sportello Lgbt+ di Genova, la stessa attivista arcobaleno nominata dal sindaco Silvia Salis con il lauto stipendio di 156mila euro in tre anni. Tra i suoi compiti figura un vero e proprio cocktail gender dei più radicali che ci possano essere: promozione dell'identità alias e dell'identità di genere; diffusione di un fantomatico «turismo Lgbt»; ritorno di Genova nella Rete RE.A.DY e istituzione di programmi di formazione sui diritti Lgbtqia+. E poi il dottor Mattia Piccinini, dell'associazione ZenaTrans. Quello di sabato sembra quindi, a tutti gli effetti, un evento altamente fazioso e senza nessun tipo di contraddittorio.