06/06/2016

Obiezione di coscienza: non è una questione “soggettiva”

L’obiezione di coscienza e la libertà di espressione delle proprie concezioni morali e religiose sono spesso prese di mira dalla dittatura del pensiero unico dominante, sia in materia di aborto, sia in materia di gender, omosessualismo... siamo stati noi i primi a sollevare il problema per i sindaci e i pubblici funzionari, a proposito del matrimonio gay.

Di episodi incresciosi, avvenuti in America e in Europa, ne abbiamo riportati diversi. Ora certe questioni possono cominciare a delinearsi anche in Italia.

Perciò è necessaria una riflessione: sollevare obiezione di coscienza non vuol dire eccepire quanto soggettivamente ‘il cuore ci dice’; non posso obiettare “perché secondo me quella norma è male”.

L’uomo ha la coscienza del bene e del male. Ma da dove viene questa coscienza? Chi l’ha creata? L’uomo non può illudersi di essere l’autore diretto di tutto ciò che si fa per suo mezzo: sarebbe come una pala o una cazzuola che si crede di essere l’architetto del palazzo.

Ciò che è giusto e ciò che è bene non lo decidiamo noi ‘secondo la nostra coscienza’: è scritto nella legge naturale. E la legge naturale, a sua volta, è scritta nella nostra coscienza. E se qualcuno sostenesse che la ‘coscienza non esiste’, possiamo dire ‘nella natura umana‘.

L’obiezione di coscienza, secondo il nostro ordinamento giuridico, si fonda sulla tutela prioritaria della persona rispetto allo Stato e sul rispetto della libertà di coscienza, diritto inalienabile di ogni uomo secondo gli articoli art. 2, 19, e 21 della Costituzione e secondo l’art. 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Questo diritto, in Italia, è inoltre garantito esplicitamente nel caso del servizio militare, dell’aborto e della sperimentazione su animali in laboratorio  (NB: non su esseri umani).

Ma può la politica condizionare l’obiezione di coscienza? Potrebbe – per esempio – una legge punire un’ insegnante che si rifiuta di dire agli alunni che i rapporti omosessuali sono normali? Sarebbe discriminatorio? Da dove origina la nostra consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Non è forse la coscienza quella capacità che consente all’uomo di emettere un giudizio pratico circa la moralità dei propri atti? Percependo il bene come normativo, vincolante e distinto dal male, la coscienza morale è come una ‘voce interiore‘ che aiuta, incoraggia, inquieta e interroga l’uomo. Non è la coscienza a far sentire la soddisfazione per il bene compiuto, e il ‘rimorso’ per il male fatto? Secondo quali principi? Non i nostri relativi, individuali e soggettivi interessi, non le nostre personali convinzioni, ma secondo principi universali che si applicano a tutti gli esseri umani in ogni tempo e in ogni luogo.

I tuoi bandi [o Re Creonte] io non credei che tanta forza avessero da far sí che le leggi dei Celesti, non scritte, ed incrollabili, potesse soverchiare un mortal: ché non adesso furon sancite, o ieri: eterne vivono esse”. Queste parole tratte dall’Antigone di Sofocle possono suonare strane ai tempi della dittatura del relativismo che fonda lo Stato etico.

Toni Brandi


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