08/03/2021 di Francesca Romana Poleggi

Non abbiamo bisogno di mimosa, ma di verità

Dal sito ufficiale Istat: «Nel 2019 si contano 315 omicidi, 204 vittime uomini e 111 donne».

Premesso che ogni omicidio dovrebbe essere odioso e severamente punito, considerato che quando la vittima è fragile e indifesa, maschio o femmina che sia, la punizione deve essere ancora più severa, considerato che tra le 111 vittime donne ci sarà stata anche qualcuna uccisa da un’altra donna o da un rapinatore, a prescindere dal sesso; sorge spontanea una domanda:  perché tanta retorica sui “femminicidi”, se i “maschicidi” sono di più?

Forse per dar modo alla propaganda radicale femminista di far proseliti nelle scuole e nei vari contesti sociali e mediatici?

O forse perché continuare a battere sui “femminicidi” distoglie l’attenzione dalle discriminazioni davvero ingiuste e ignominiose che oggi subiscono le donne.

Innanzi tutto, non si parla di quello che è il più grande sterminio di donne che avviene sotto gli occhi distratti delle femministe: nel 2020 circa la metà dei 42 milioni e mezzo di bambini abortiti nel mondo erano femmine. Si tratta di 21 milioni di bambine che evidentemente non contano (e il dato è arrotondato molto per difetto).

Poi, si pretende di annullare la peculiarità dell'essenza stessa della donna. Oggi i maschi (che si sentono femmine) devono poter gareggiare negli sport femminili. La menzogna è evidente, perché non bastano gli ormoni e la chirurgia plastica per fare una donna. C’è l’apparato cardiorespiratorio, c’è il baricentro, c’è il tessuto connettivo, l’apparato scheletrico e non ultimo il cervello, le sinapsi, la carica agonistica, che è diversa: e infatti i trans vincono sempre. Si pretende - in diversi Paesi è legge - che i luoghi “protetti” come spogliatoi, toilette e ricoveri siano accessibili a chiunque “si senta” donna (e i predatori sessuali ne approfittano); si pretende che i detenuti che si sentono donne siano reclusi nelle carceri femminili (anche se hanno ancora attributi maschili e sono stati condannati per reati sessuali). 

In Oregon, Anita Noelle Green (maschio alla nascita) ha citato in giudizio il concorso Miss Stati Uniti d'America perché gli era stato impedito di partecipare. Dopo una causa durata un anno,  un giudice federale di buon senso la scorsa settimana gli ha dato torto. Però, Green forse ricorrerà in appello e le politiche transgenderiste di Biden fanno presagire che potrebbe vincerlo. 

Nel frattempo, i grandi del web che si premurano di censurare i “discorsi d’odio” e “non inclusivi” consentono alla "UK Transgender Alliance" di  twittare: «Ogni singolo movimento per i diritti civili ha provocato spargimenti di sangue» quindi «una volta che le Terf cominceranno a essere uccise, le leggi cambieranno davvero» (se le donne pensano che il sesso di un essere umano è determinato dalla biologia e non dalle scelte personali, sono Terf).

E Claire Coleman, australiano di sesso maschile, bianco, che “si sente” una lesbica nera, ha dichiarato sul suo account Twitter: «Uccidere tutte le Terf è come uccidere tutti i nazisti». Le femministe nostrane, del Pd e di Leu, non mi pare abbiano protestato.

Sono troppo impegnate ad insultare altre donne, come le testimonial di Pro Vita & Famiglia, Maria Rachele e Anna, perché  hanno posato in manifesti contro l’aborto.

Ma forse la più immane e inconcepibile violenza perpetrata alla luce del sole sulle donne, da decenni di propaganda femminista, è l'inganno a proposito della loro "salute sessuale e riproduttiva", da cui deriva la censura (anche violenta) di chi vorrebbe che le donne fossero informate in modo veritiero, corretto e completo sui rischi connessi a contraccezione, aborto, fecondazione artificiale o utero in affitto.

Insomma, sarà forse il caso di cominciare a celebrare l’8 marzo quando le donne saranno libere dalla retorica e dall’ipocrisia di una “festa” fasulla.

Le donne, le vere donne, hanno diritto alla verità. Hanno diritto al lavoro, se lo vogliono ( «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore», art. 37 Cost.). Ma hanno diritto anche alla maternità. Perché non è affatto strano né sminuente aspirare a metter su famiglia e volersi curare della stessa senza dover lavorare otto ore al giorno per poter sbarcare il lunario: «Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione» (art. 37 Cost.).

Insomma, le donne, le vere donne, non sono in cerca di festeggiamenti ipocriti né di contentini tipo le ridicole "quote rosa". «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale», e tutte le persone, uomini e donne, hanno primariamente diritto alla verità.

E non regalateci neanche la mimosa: se ci va ce la compriamo da sole. 

Fonte: Panorama.it

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