19/07/2021 di Manuela Antonacci

Mamme e lavoratrici a tempo indeterminato. Quando l’imprenditoria diventa pro-life

È talmente raro, di questi tempi, che il mondo del lavoro mostri una reale attenzione verso le donne in gravidanza e il periodo delicato che la gravidanza costituisce che, quando accade diventa una notizia e un esempio che si protrae nel tempo. La notizia in sé, infatti, risale allo scorso anno, quando una lavoratrice precaria di 33 anni è stata assunta a tempo indeterminato dopo aver informato il suo datore di lavoro di essere in dolce attesa. Un caso, però, non isolato, almeno per quanto riguarda l’azienda Cridav guidata da Davide Zaccaria, che si contraddistingue tuttora per iniziative e impegno pro life e pro family.

 

Dottor Zaccaria, cosa fate in particolare per aiutare le famiglie e chi ha più bisogno?

«Abbiamo aderito proprio quest’anno ad un progetto “I bambini delle fate” con Franco e Andrea, un progetto di un’associazione in cui doniamo, con la nostra azienda, una quota mensile per creare opportunità di lavoro per questi ragazzi autistici».

Aiutate anche le famiglie in difficoltà…

«L’anno scorso abbiamo assunto una ragazza che ci aveva detto di essere incinta, le scadeva il contratto lo scorso 20 gennaio. Nel periodo di Natale mi disse che era rimasta incinta, io mi congratulai con lei e lei subito dopo si preoccupò del posto di lavoro, la richiamai dopo tre giorni e le confermai il contratto a tempo indeterminato. Mi sembrava giusto farlo per due motivi: uno perché se lo meritava professionalmente, è una ragazza in gamba e non vedo perché dev’essere penalizzata, semplicemente perché ha deciso di essere madre che è una cosa anche naturale. In me ha prevalso il fatto che io le persone valide, incinta o no, le tengo in azienda, non le allontano. Non credevo che avrei mai avuto una risonanza mediatica di questo tipo. E da lì mi ci sono appassionato ancora di più. Mi hanno scritto tantissime madri che hanno avuto esperienze opposte rispetto a quelle di Selene, congratulandosi con me e dicendomi che avevano dovuto scegliere l’aborto per preservare il poto di lavoro».

Cosa si dovrebbe fare, in Italia, sotto questo aspetto?

«Bisognerebbe valorizzare il personale lavorativo, non in base al sesso, ma in base alle capacità, in base alla responsabilità, a tutte quelle caratteristiche che, ad un personale d’azienda, servono a valutare un collaboratore, indipendentemente che sia uomo, donna, incinta o no. E poi, una cosa che, secondo me, sarebbe importante è che, nel momento in cui, fra il datore di lavoro e il dipendente si inizierà veramente a creare un rapporto di stima e fiducia reciproca, che vada a tutelare gli interessi comuni, avremo fatto davvero un salto in avanti. Ad esempio, Selene, in che modo mi ha premiato? Che allo scadere del quinto mese di maternità, alle 8,24 era a lavorare. Non si pregiudica mai la qualità del lavoro, in questo modo, ma la si amplifica in positivo. Se dall’altra parte c’è una donna intelligente, come nella maggior parte dei casi, viene spontaneo avere anche una responsabilità in più verso il datore di lavoro, nel capire le esigenze lavorative. Non bisogna vedere il dipendente come dipendente, punto. E il titolare come titolare, punto. Questo tipo di atteggiamento porta dei vantaggi anche nel fatturato: respirare serenità, all’interno dell’azienda porta anche benefici economici».

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