28/08/2020 di Francesca Romana Poleggi

L'utero artificiale

Si chiama ectogenesi (o esogenesi) il far crescere un bambino fuori dall'utero materno: un’idea che circola da decenni e che già da qualche anno è diventata una possibile realtà di un futuro ancora lontano: sono anni che si parla di utero artificiale. Gli esperimenti in tal senso sono riusciti a far sopravvivere alcuni agnelli, a Filadelfia,  in un utero artificiale per quattro settimane. 

È chiaro che anche in questo caso, come in tutti i casi in cui i progressi scientifici pongono interrogativi etici, è necessario analizzare i pro e i contro della questione, prima che la fantascienza diventi realtà.

Alla fine dell’anno scorso, infatti dei ricercatori olandesi hanno ricevuto circa tre milioni di euro per sviluppare un prototipo di utero artificiale dove custodire neonati molto prematuri. Garantendo la sopravvivenza dei piccoli sempre più prematuri, si potrà arrivare al momento in cui tutta la gravidanza sarà gestita fuori dal corpo materno?

The Conversation, in un articolo a firma di Neera Bhatia, professoressa di diritto e di Evie Kendal, bioeticista, della Deakin University, nel Regno Unito, spiega che come uteri artificiali finora sono stati usati materiali sintetici, plastica, e tessuti uterini rimossi da un animale e coltivati artificialmente. All’interno vengono riempiti di liquido amniotico creato in laboratorio. Infine, ci vuole un sistema per consentire lo scambio di ossigeno e sostanze nutritive, in entrata, e anidride carbonica e prodotti di scarto in uscita: i ricercatori hanno costruito una sorta di placenta artificiale, utilizzando sistemi complessi di cateteri e pompe. 

Tutto questo, come dicevamo, può aiutare i bambini molto prematuri.

Attualmente, i nati prima delle 22 settimane di gestazione hanno poca o nessuna speranza di sopravvivenza. E i nati a 22 settimane sopravvivono spesso con qualche disabilità.

Con un utero artificiale che fornisca la giusta protezione dall’ambiente esterno e il giusto equilibrio di ormoni e sostanze nutritive attraverso il cordone ombelicale, si eviterebbero le tante complicazioni e le tante infezioni per cui questi piccoli muoiono. 

Ma poi, gli uteri artificiali potrebbero risolvere i problemi di infertilità di molte donne (per esempio quelle che hanno dovuto fare l’isterectomia per motivi di salute) e - in nome del progresso - potrebbero offrire un utero anche ai transessuali che - essendo maschi - si fanno chiamare donne e pretendono di poter avere figli come tali.

Sarebbe anche un modo per farla finita con l’utero in affitto: non servirà più una madre surrogata da sfruttare per potersi comprare un bambino.

Saranno eliminati tutti i rischi e gli effetti collaterali della gravidanza e del parto, a beneficio di tutte le donne. Sarà una gran comodità per tutte quelle che, pur desiderando un figlio, non gradiscono l’incomodo della gravidanza che impedisce di solito di mantenere il proprio stile di vita immutato (consumo di alcol e droghe, alimentazione, sport, lavoro).

C’è anche chi dice che il grembo artificiale potrebbe essere la soluzione al problema dell’aborto: il bambino indesiderato, tolto dal grembo della madre, non morirà, ma continuerà a vivere e quando sarà il momento verrà adottato. Già ci sono delle femministe, infatti, che vedono l’ectogenesi come una minaccia all’autodeterminazione della donna...

Aumenterà senz’altro il divario tra ricchi e poveri. I futuri genitori facoltosi possono scegliere l’utero artificiale, mentre i più poveri avranno solo il corpo delle donne per fare bambini. O sarà offerto a tutti gratis dal Servizio sanitario nazionale?

Le autrici dell’articolo citato raccomandano attenzione alla società civile e ai legislatori: che il sistema giuridico non resti indietro rispetto alla scienza, come avvenne a proposito della fecondazione artificiale, per cui, poi, ci fu bisogno di una legge che regolamentasse il “far west procreativo”.

In realtà,  a proposito della fecondazione artificiale la legge sarebbe dovuta intervenire solo per vietare tout court il vergognoso mercimonio che in tutto il mondo illude centinaia di migliaia di coppie, e fa strage di milioni di bambini.

E, proprio a proposito della fecondazione artificiale, sappiamo quanti sono i rischi per la salute fisica e psichica dei (pochi) bambini risultanti. A maggior ragione, a proposito dell’ectogenesi, come facciamo a credere che per i bambini crescere dentro una macchina, in un liquido artificiale, non comporti conseguenze fisiche e psichiche? La frutta cresciuta in serra, fuori stagione, ha lo stesso sapore della frutta cresciuta al sole? E del meraviglioso - e per certi versi ancora misterioso - rapporto fisico, fisiologico e psichico che si crea tra la mamma e il bambino, fin dal giorno del concepimento, si può fare a meno senza farsi troppi problemi?  Ci faranno digerire l’ectogenesi per salvare la vita dei grandi prematuri. Ma poi come si utilizzeranno gli uteri artificiali? La tecnologia ancora è troppo indietro e il problema per ora non si pone. Ma la realtà in cui viviamo dimostra ampiamente che il problema della disciplina - se vogliamo dell’autodisciplina - degli scienziati, in base a un codice etico rigoroso e inderogabile è un problema quanto mai attuale, che dovrebbe essere affrontato subito, se non è già troppo tardi. 

Pubblicato su Il Settimanale di Padre Pio, n.6, 2020

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