26/01/2024 di Luca Marcolivio

L’Europa condanna l’utero in affitto come sfruttamento. Ma non è tutto oro quel che luccica

Una delle azioni del primo mese di presidenza belga dell’Unione Europea è stato il raggiungimento di un accordo provvisorio per aggiungere il matrimonio forzato, l’adozione illegale e la maternità surrogata ai tipi di sfruttamento contemplati dalla direttiva dell’UE contro la tratta di esseri umani. «L’aggiornamento della direttiva concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani – si legge in un comunicato del Consiglio Europeo – imporrà inoltre ai paesi dell’UE di garantire che le persone che si avvalgono consapevolmente di servizi forniti da vittime della tratta possano essere sanzionate. Altre modifiche riguardano il rafforzamento del sostegno e dell’assistenza alle vittime nonché le misure di prevenzione».

«La tratta di esseri umani è un atto criminale che comporta un alto numero di vittime. Tale aggiornamento quanto mai necessario della direttiva fornirà agli Stati membri strumenti migliori per combattere questo crimine orribile in tutte le sue forme», ha dichiarato per l’occasione Paul Van Tigchelt, vice primo ministro e ministro della Giustizia e del Mare del Nord del Belgio.

Una buona mossa che promuove principi altamente condivisibili, all’insegna del diritto naturale. La parte successiva della dichiarazione, tuttavia, palesa qualche risvolto ambiguo e suscita una naturale perplessità. I negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno convenuto di «menzionare esplicitamente nella direttiva che lo sfruttamento della maternità surrogata, il matrimonio forzato e l’adozione illegale sono tipi di sfruttamento che rientrano nell’ambito della definizione di tratta di esseri umani».

Difficile dissentire con quanto affermato nella nota del Consiglio Europeo, tuttavia le parole sono importanti e possono cambiare radicalmente il senso di qualunque dichiarazione di principio. La condanna della «tratta a fini di sfruttamento della maternità surrogata» non riguarda infatti la procedura tout court ma ha a che fare soltanto con «coloro che ricorrono alla costrizione o all’inganno per indurre le donne a fare da madri surrogate».

Di positivo c’è che il Consiglio e il Parlamento Europeo hanno deciso «inserire nella direttiva (che già sanziona come reato lo sfruttamento della maternità surrogata, il matrimonio forzato e l’adozione illegale con reclusione dai 5 ai 10 anni, ndr)  una nuova circostanza aggravante per tener conto dell’effetto amplificatore che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic) possono avere sulla tratta di esseri umani, per esempio qualora l’autore del reato abbia agevolato o si sia reso responsabile della diffusione, mediante Tic, di immagini, video o materiale analogo di natura sessuale relativo alla vittima».

Tirando le somme, dunque: l’Unione Europea intende inasprire le pene per i reati di sfruttamento della maternità surrogata, di matrimonio forzato e di adozione illegale. Dall’altro, però, implicitamente, lascia uno spiraglio a qualunque forma di maternità surrogata che non comporti uno sfruttamento o un inganno. Seguendo rigorosamente la logica di questa bozza di regolamento, l’utero in “comodato gratuito” sarebbe considerato non sconveniente o, quantomeno, non sanzionabile. Se, da un lato, è vero che le donne che mettono in pratica la “gestazione per altri” per “generosità” si contano sulle dita di una mano, dall’altro è non meno vero che, spesso, sui principi, basta anche un forellino quasi invisibile per fare affondare quella che appare come una corazzata.

 

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