12/09/2019

Le posizioni pro aborto di Sanders per il clima minacciano l’Africa

Al peggio sembra purtroppo non esserci davvero limite. Non si spiegherebbe altrimenti perché mai, nei giorni scorsi, Bernie Sanders - uno dei favoriti alle primarie del partito democratico per sfidare alle elezioni presidenziali americane del 2020 Donald Trump – se ne sia uscito con una dichiarazione a dir poco raggelante. Intervenendo in seno a una tavola rotonda sul global warming organizzata dalla Cnn, il senatore democratico noto per le posizioni socialiste ha infatti dichiarato che, nel caso finisse alla Casa Bianca, «sosterrà con forza il controllo della popolazione». In buona sostanza, significa che per ridurre l’inquinamento Sanders è disposto a promuovere e finanziare l’aborto. Sì, d’accordo, ma dove?

Ha senso chiederselo dal momento che, come noto, negli Usa l’aborto è legale da decenni e le donne, assicura lo stesso Sanders, «hanno già il diritto di controllare i propri corpi e prendere decisioni riproduttive». E’ quindi evidente che il controllo della popolazione di cui parla il senatore è rivolto ad un altro Paese e, per la precisione, ad un altro Continente: l’Africa.

Morale della favola, l’idea è che, se c’è il global warming – la cui matrice antropica è tutto fuorché pacificamente accertata -, la colpa è degli africani che continuano a fare figli. Certo, Sanders, da vecchia volpe della politica, non si è espresso in termini tanto espliciti ma è chiaro che è lì che voleva andare a parare, quando ha dichiarato - come ha fatto - di voler spingere per un «convinto controllo della popolazione sopratutto nei paesi poveri».

Per la precisione, va sottolineato come il democratico non si sia limitato ad appoggiare le cosiddette politiche riproduttive, ma abbia evidenziato di sposare con forza siffatto schema neomalthusiano. «Educare tutti alla necessità di limitare la crescita della popolazione», ha infatti dichiarato Sanders, «è una campagna ragionevole da portare avanti e io sarò abbastanza coraggioso da farne uno dei punti chiave per affrontare la catastrofe climatica». Certo, se non si stesse parlando di un tema tragico come quello dell’aborto, sentir dire che il nascituro o meglio i nascituri sono concause della «catastrofe climatica» farebbe sorridere.

Anche perché sono decenni che un certo ambientalismo estremista indica nella riduzione della popolazione la salvezza del pianeta ipotizzando scenari apocalittici che puntualmente, poi, non si verificano. Paul Herlich, per esempio, che non è un analfabeta farneticante bensì un biologo già docente alla prestigiosa Stanford University, nel suo celebre lavoro The Population Bomb (1968), sosteneva che «la battaglia per nutrire tutta l’umanità è persa» e, prospettando scenari di carestia, prevedeva che «nel 2000 l’Inghilterra non esisterà più», così come l’India. Ma siamo nel 2019 e sia l’Inghilterra che l’India sono ancora al loro posto.

Ciononostante, da qualche tempo, facendo leva sul global warming di matrice antropica – che, da teoria quale è, viene venduta come una granitica certezza e sopratutto è agitata come uno spauracchio – i poteri forti sono tornati a rilanciare il ritornello della riduzione della popolazione. Un ritornello chiaramente terroristico e a cui, Sanders docet, si accodano tutta una serie di politici, per lo più tutti di orientamento progressista. Dinnanzi a tutto ciò, i difensori della vita nascente hanno il dovere di smascherare quelli che non sono affatto impegni politici bensì ideologici, che nulla hanno a che vedere con le vere priorità del pianeta né, tanto meno, con quelle di Paesi in via di sviluppo che abbisognano di istruzione e sviluppo, non certo di aborto e contraccezione.

 

di Giuliano Guzzo

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