12/08/2021

Il diagramma della coercizione

«Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?». Con questa frase Morpheus interroga Neo nel celebre film di fantascienza Matrix, ponendo una domanda facilmente adattabile a vari contesti storici, antichi e nuovi, che hanno visto l'indottrinamento delle masse ad opera di regimi totalitari. Coloro che hanno vissuto tali periodi, cioè sotto dittatura e propaganda martellante, erano consapevoli di quello che stava accadendo? Comprendevano di essere dominati o di aver perso la libertà? Oppure l'azione esercitata dall'ambiente circostante era talmente forte da far credere che quello fosse l'unico mondo possibile e, dunque, la normalità da accettare e benedire? 

È naturale domandarsi se sia veramente possibile condizionare le persone in questo modo. 

Lo studioso Albert D. Biderman, noto per il suo Diagramma della coercizione (Chart of Coercion), pare rispondere esaustivamente a molti dei nostri quesiti. In uno studio pubblicato nel 1957 dal titolo Communist attempts to elicit false confessions from air force prisoners of war (I tentativi comunisti di suscitare false confessioni dagli aviatori prigionieri di guerra) egli afferma che il ricorso a un ambiente esterno controllato può manipolare il comportamento umano entro un certo margine d'azione. Un contesto gravemente limitato e frustrante costituirebbe, infatti, un condotto forzato attraverso il quale accompagnare una persona fino a ridurla alla completa accondiscendenza, che sarebbe vista come unica possibile via di uscita. Nella mente indebolita del prigioniero, arrendersi offrirebbe una prospettiva più dignitosa che continuare a resistere a oltranza in quelle condizioni. Per di più, accettare di ragionare nei termini del proprio aguzzino, e comprendere finalmente come vuole che ci si comporti, rappresenterebbe l'unica possibile forma di gratificazione da conseguire per non perdere del tutto il controllo della propria psiche in quell'ambiente degradato.

Sebbene lo schema sia il risultato di uno studio sui prigionieri di guerra, nel corso del tempo è stato soggetto a numerose interpretazioni, e pare sia stato adattato per spiegare anche situazioni di abuso domestico e pratiche di sopraffazione all'interno di sette religiose. Sembra dunque ragionevole che molte considerazioni restino valide nell'ambito più ampio dell'opera di indottrinamento e controllo operata da un regime, specie laddove ciò comporti situazioni di costrizione, confinamento e induzione all'obbedienza.

Le considerazioni finora esposte ci pongono di fronte ad un importante cambio di impostazione. L'illustrazione delle tecniche adoperate per estorcere false confessioni dai prigionieri di guerra americani, che è oggetto del succitato lavoro, potrebbe infatti richiamare alla mente scenari di particolare violenza fisica, adoperata per piegare la vittima. Eppure i comunisti hanno dimostrato di poter ottenere risultati addirittura superiori senza dover torcere neppure un capello, agendo proprio su altri fattori capaci di garantire indubbi vantaggi nel plasmare al proprio volere la volontà del malcapitato.

L'analisi esposta da Biderman suggerisce di distinguere due aspetti, funzionali l'uno all'altro. 

Il primo riguarda le misure impiegate per rendere il prigioniero condiscendente, minando la sua capacità di resistere. L'autore propone uno schema riassuntivo articolato in otto differenti strategie, che riproponiamo con un adattamento in lingua italiana senza apportare varianti.

 
 

Metodo generale

Effetti

Varianti

1. Isolamento

  • Togliere il supporto sociale alla capacità di resistenza della vittima;

  • sviluppare una forte apprensione per la propria persona;

  • creare dipendenza della vittima dal suo interrogatore.

  • Completo confinamento solitario;

  • isolamento completo;

  • semi-isolamento;

  • isolamento di gruppo.

2. Manipolazione della percezione 

  • Fissare l'attenzione sulla situazione nell'immediato;

  • incoraggiare l'introspezione;

  • eliminare gli stimoli antagonisti di quelli controllati dal carceriere;

  • osteggiare tutte le azioni non coerenti con l'accondiscendenza.

  • Isolamento fisico;

  • Illuminazione fioca o inesistente;

  • Ambientazione desolata;

  • Restrizioni di movimento;

  • Alimentazione monotona.

3. Debilitazione procurata; esaurimento.

  • Indebolimento della capacità di resistenza fisica e mentale.

  • Semi-digiuno;

  • assideramento;

  • impiego di ferite;

  • indurre la malattia;

  • privazione del sonno;

  • imposizioni prolungate;

  • interrogatori prolungati o scrittura forzata;

  • sovraffaticamento

4. Minacce

  • Coltivare ansia e disperazione.

  • Minacce di morte

  • minacce di non rimpatrio

  • minacce di isolamento e interrogatori senza fine;

  • minacce vaghe;

  • minacce contro la famiglia;

  • misteriosi cambi di trattamento.

5. Indulgenze occasionali

  • Offrire motivazioni positive per dare accondiscendenza;

  • ostacolare gli adattamenti alla deprivazione.

  • Favori occasionali;

  • fluttuazioni nell'atteggiamento dell'interrogatore;

  • promesse;

  • ricompense per la parziale accondiscendenza.

  • Tentazioni

6. Dimostrazioni di “onnipotenza” e di “onniscienza”

Affermare l'inutilità di resistere.

  • Confronti;

  • pretendere che la cooperazione sia data per scontata;

  • dimostrare totale controllo sul destino della vittima

7. Degrado

  • Far apparire il costo della resistenza più dannoso della resa in termini di autostima;

  • ridurre il prigioniero a problematica di “livello animale”. 

  • Impedire l'igiene personale;

  • ambiente sudicio e insalubre;

  • punizioni umilianti;

  • insulti e derisioni;

  • negazione della privacy.

8. Imposizione di richieste banali

  • Sviluppare l'abitudine all'accondiscendenza 

  • Scrittura forzata;

  • imposizione di regole minuziose.

 
 

Tra i fatti degni di nota va rimarcato come la paura di subire violenza sia sempre presente e mantenuta viva col ricorso a vaghe minacce difficili da decifrare, ed abbia influito più della violenza fisica vera e propria nel determinare la sottomissione del prigioniero. Anche qui, come in altre occasioni, sembra che il peggior nemico da schierarci contro lo abbiamo dentro noi stessi. 

Un modo per ottenere un risultato del tutto simile, sperimentato dalla maggioranza degli aviatori prigionieri, consisteva nella singolare imposizione di restare sull'attenti, sostando in piedi o stando seduti, per periodi di tempo estremamente lunghi, talvolta esposti ad un freddo gelido. 

 

Nel nostro piccolo, un così grave impatto non dovrebbe stupirci. In occasione dell'emergenza Covid, abbiamo tutti sperimentato quanto sia estenuante attendere il proprio turno in piedi anche per ore lungo interminabili file, spesso al freddo, per poter accedere al supermercato, mantenendo viva l'attenzione per osservare la distanza di sicurezza dagli altri avventori, o per capire quando avanzare e poter finalmente entrare nel locale per effettuare gli acquisti.

 

Nel caso del prigioniero, il permanere in piedi sull'attenti per un lungo periodo di tempo comporta l'introduzione di un nuovo fattore: la fonte di sofferenza non risiede più in un aguzzino esterno ma diviene la vittima stessa. Il contesto pone, in un certo modo, l'individuo contro se stesso. È precisamente in questo incontro interiore con il proprio io che la forza motivazionale del soggetto si esaurisce. Cosa che non pare manifestarsi altrettanto facilmente in situazioni di violenza fisica esercitata direttamente. Questo atteggiamento di porre invece il soggetto ad agire “contro se stesso” ha il vantaggio di portare ad ingigantire mentalmente il potere del proprio aguzzino, con tutte le paure e le fantasie catastrofiche che ne possono conseguire.

 

Tale tecnica ha mostrato di essere efficace al punto che, secondo i rapporti, i reduci che l'hanno subita testimoniano che secondo loro nessun'altra esperienza potrebbe essere più straziante.

 

L'uso di stratagemmi così sottili ha anche l'indubbio vantaggio di far apparire umanamente rispettosa la metodologia coercitiva, con indubbio credito in termini propagandistici per l'ideologia che ne fa utilizzo. 

 

Il secondo aspetto indicato da Biderman, contemporaneo e strettamente legato al primo, riguarda il dare forma all'accondiscendenza. Ciò viene inquadrato come una complessa procedura di insegnamento. Insegnare, dunque, al prigioniero in che modo obbedire attraverso un lento logorio, senza però che la lezione impartita sia palese. Le già viste condizioni di stress estremo esercitate dall'ambiente condurranno forzatamente il prigioniero ad apprendere ed aderire al modello comportamentale desiderato dall'aguzzino, in ottemperanza alla visione delle cose che si desiderava imporre (ad es. l'ideologia comunista), manifestando persino rimorso e pentimento per azioni neppure realmente compiute, di cui assumersi la colpa con manifesta convinzione.

 
Andrea Ingegneri
 
Fonte: Notizie Pro Vita & Famiglia, n.93
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