La cultura abortista non dorme mai. Cerca sempre nuovi modi per diffondersi e per promuovere, spacciandola ovviamente per fantomatica libertà, la soppressione di un bambino nel grembo materno. Se n'è avuta una triste conferma anche lo scorso 28 settembre, in occasione della Giornata internazionale per l'altrettanto fantomatico «aborto sicuro e legale», quando l'organizzazione medico-umanitaria Medici del Mondo Italia ha divulgato la notizia di un fondo economico dedicato a sostenere donne, ragazze e «persone con utero» (ebbene sì, avete letto bene) che desiderano interrompere una gravidanza ma incontrano barriere economiche o amministrative nell'accedere gratuitamente ai servizi previsti dalla legge 194. Tale fondo, da quanto è dato capire, risulta già operativo e non sostituisce il Servizio Sanitario Nazionale, ma dovrebbe servire – coprendo spese di trasporto, visite mediche, ecc. – ad accedere alla pratica abortiva. Pare che, grazie ad esso, soprattutto alcune donne straniere siano state già aiutate ad abortire qui in Italia.
No, non è difficile abortire in Italia
Ora, dinnanzi a questa iniziativa, a cui alcuni media, Donna Moderna in primis, hanno dato visibilità esaltandola, sarebbero diverse le osservazioni critiche da muovere. Per brevità, ci limitiamo a tre osservazioni. Innanzitutto l'ultima relazione ministeriale sull'attuazione della legge 194, presentata nel dicembre 2025 ma relativa all'anno 2022, parlava di 65.661 casi di aborto in un anno, oltre 5.400 al mese, quasi 180 al giorno. Ma con quasi 180 aborti al giorno – oltre sette all'ora – si può davvero presentare l'aborto come una «corsa ad ostacoli», al punto che le donne che intendono abortire abbiano bisogno di essere sostenute? Dopodiché sorge spontanea una domanda: in base a quale strana logica – davanti a una donna che viva una gravidanza difficile o indesiderata – offrirle servizi per abortire in modo più diretto significa rispettare la sua libertà, mentre invece offrirle alternative, come fanno i Centri di Aiuto alla Vita da oltre mezzo secolo, significa minacciare quella stessa libertà? Delle due l'una: o le donne che vivono una gravidanza particolare vanno lasciate sempre in pace – cioè, di fatto, sole e in balia delle loro situazioni – oppure le si può aiutare anche a tenere il loro bambino. Affermare che sostenere donne e ragazze (l'espressione «persone con utero» la si può, quella sì, abortire senza problemi) nel percorso abortivo sia un gesto di libertà, mentre invece sostenerle nel tenere il loro bambino sia violenza, non è sbagliato: è proprio illogico. Anche perché – osservazione numero tre – non la teoria dei pro life, ma l'esperienza e la letteratura ci dicono che spesso le stesse donne che hanno abortito, avessero potuto, avrebbero tenuto il figlio.
Tanto per citare un esempio, un'indagine pubblicata nel 2023 su Cureus, realizzata esaminando il vissuto di 226 donne statunitensi reduci da un aborto procurato, ha tracciato un quadro assai distante da quello dell'esercizio di un diritto di libertà. Si è infatti visto come solo il 33% delle donne abbia vissuto l'aborto come effettivamente desiderato, con il 43% che lo considera lontano dai propri valori e il 24% che definisce l'esperienza abortiva addirittura come subìta o imposta. Solo il primo gruppo di donne – quello del 33% – ha quindi associato la perdita volontaria del figlio a miglioramenti della propria condizione, mentre per le restanti ciò ha determinato conseguenze negative. Altro dato assai eloquente: il 60% del campione, dunque la netta maggioranza, ha dichiarato che, se solo avesse avuto maggiori aiuti e assistenza economica, avrebbe preferito portare a termine la gravidanza.
Donne straniere aiutate ad abortire
E che dire delle donne straniere, alcune delle quali, come si diceva all'inizio, pare abbiano già abortito in Italia grazie a questo fondo? Sono proprio le donne che, per note condizioni socio-economiche, sono più esposte a pressioni esterne che possono indurle ad abortire. Davanti a questi riscontri non ci sono molti dubbi: nella stragrande maggioranza dei casi la donna che viva una gravidanza difficile o indesiderata non chiede nessun aiuto per affrontare la «corsa ad ostacoli» (ammesso e non concesso che esista) che la separa dall'aborto. Chiede semmai aiuto e accoglienza: quelli che offrono i Centri di Aiuto alla Vita – e in generale il popolo pro life – da decenni. Eppure, secondo alcuni, proprio costoro sarebbero pericolose minacce all'autodeterminazione femminile. Ma la sola vera minaccia è quella al buon senso da parte di chi ancora non capisce come la vita vada sempre sostenuta, senza industriarsi a elaborare nuovi aiuti o strategie per eliminarla di più e meglio.