23/08/2020 di Francesca Romana Poleggi

Donne generose, madri surrogate vive e morte (parte seconda)

 Come funziona la “gestazione per altri” in Paesi molto “civili” dove le donne, più o meno pagate, sono spinte a prestare l’utero da spirito altruistico. (Articolo tratto da Notizie Pro Vita & Famiglia, n.84, aprile 2020.

 

Parte seconda: “Maternità solidale”

C’è un problema di fondo, in tutta la questione sull'utero in affitto: nessuno dice o spiega in modo chiaro e completo i rischi della fecondazione artificiale - che è il presupposto dell’utero in affitto - sia per la donna da cui si prelevano gli ovuli, sia per il bambino che, nei rari casi in cui nasce, molto spesso nasce con difficoltà e non gode di buona salute (ne abbiamo parlato anche in occasione della III edizione della Scuola di bioetica di Pro Vita & Famiglia). 

 

Ma ancora meno si spiegano a coloro che - gratis o a pagamento - offrono l’utero per dare figli ad altri gli ulteriori e maggiori rischi che corre la donna che resta incinta di embrioni che non possiedono niente del suo patrimonio genetico. Nel caso di utero in affitto, i rischi sono ancor più grandi di quelli che corre una donna in caso di fecondazione eterologa, perché oltre allo stress fisico dovuto anche al necessario bombardamento ormonale si aggiunge quello psichico dovuto al fatto che deve gestire sia l’idea che quel figlio che cresce nove mesi dentro di lei non le appartiene, sia i rapporti con i “genitori” d’intenzione.

Una testimonianza in tal senso ci è offerta da Nordic Model Now! , un’associazione femminista inglese, molto “laica” (e abortista), che si batte contro la prostituzione e tutte le pratiche a essa correlate: dalla lapdance, alla pornografia, all’utero in affitto. Una donna che ha prestato l’utero gratuitamente (nel Regno Unito la legge consente “solo” un rimborso spese) scrive: «Sono stata una surrogata “altruista”. Ho portato in grembo e partorito due gemelli. È stata un'esperienza incredibilmente traumatica, dopo la quale mi sono dovuta curare per disturbo post-traumatico da stress. Non ne parlo mai a nessuno perché la trovo ancora del tutto devastante».

I media, pagati dalle organizzazioni miliardarie che promuovono l’utero in affitto, ci presentano sempre e solo belle storie “d’amore”, condite con tanto zucchero e miele: di tanto in tanto sarà bene che la gente senta parlare anche di come la maternità surrogata possa rovinare la vita delle donne che offrono il loro corpo per essere usate da altri. 

La signora in questione denuncia innanzitutto che è stata male informata. Credeva ingenuamente che, poiché la nascita dei suoi figli era stata senza problemi, sarebbe stato lo stesso anche per la gravidanza da maternità surrogata. Si era informata, aveva fatto ricerche, aveva parlato con altre madri surrogate prima di imbarcarsi in questa vicenda. Tuttavia, quando ha accettato non sapeva abbastanza sulle procedure mediche estremamente invasive e dannose che avrebbe dovuto subire. Nessuno le aveva detto che le avrebbero bloccato il ciclo mestruale. “Non aveva capito” che invece, con un pesante bombardamento ormonale, prima di procedere all’impianto degli embrioni, doveva armonizzare il suo ciclo naturale per metterlo in linea con quello della donna che avrebbe fornito gli ovociti.

Quando l’ha saputo, c’è stato un momento in cui avrebbe voluto tirarsi indietro, ma ormai non voleva deludere i “genitori” d’intenzione. È andata avanti contro il proprio istinto di conservazione, che la stava mettendo in guardia. Non voleva rinunciare a un gesto così nobile e generoso. Per lo stesso motivo ha accettato di farsi impiantare due embrioni per aumentare le possibilità di successo. Anche allora “non ha compreso” (perché non glieli hanno spiegati) i maggiori rischi per la salute annessi a una gravidanza artificiale gemellare. Afferma: «Ora mi rendo conto che ho compromesso la mia salute per esaudire i desideri di quella coppia». 

Psicologicamente, al momento di prendere queste decisioni, la malcapitata soffriva del “complesso del martire”: il suo altruismo era malato. Il precetto evangelico del “dare la vita per il prossimo” non può essere applicato per andare contro natura, coinvolgendo - per di più - degli innocenti che non hanno voce per difendersi (i bambini coinvolti nella faccenda, cioè quelli assemblati in provetta che - oltre ai due impiantati - non si sa quanti siano stati e che fine abbiano fatto). «Mi sono completamente annichilita», scrive la donna. E ora pensa che ciò fosse dovuto alla mancanza di autostima e di assertività che le faceva credere di valere qualcosa solo se poteva essere utile agli altri. Lo spirito di servizio e di sacrificio, che è cosa buona, va coltivato con il senso del limite: in questo caso era patologico.

Del resto, fa parte della natura femminile l’istinto di dare priorità agli altri, di essere accoglienti, "gentili". Di questo istinto è facile che gente senza scrupoli si approfitti, soprattutto se è combinato con una certa fragilità di fondo. Da questo nascono spesso l’abuso e la violenza sulle donne di cui tanto si parla quando c’è qualche “femminicidio”. Ma se invece, come nel caso in questione, l’abuso è generato dalla mentalità asservita all’ideologia che prevede per alcuni il “diritto” al figlio e per altri il potere di guadagnare milioni, l’abuso sulle donne che soffrono del “complesso del martire” pare sia legittimo.

 

Il racconto della “madre surrogata altruista” continua con la narrazione della sorpresa, dello sconcerto e del disagio causatole durante la gravidanza dai “genitori” di intenzione. Ha subito la gelosia e la rabbia della “madre” per la facilità con cui lei è rimasta incinta al primo tentativo. Entrambi i “genitori” designati l’hanno asfissiata sul come e dove avrebbe dovuto partorire. 

A un certo punto ha avuto il coraggio e la forza di alzare la voce per chiarire che lei non era un oggetto a loro completa disposizione e che il processo fisiologico della nascita funziona meglio quando la madre si sente completamente al sicuro, nel modo e nel luogo in cui è più a suo agio: «Ho dovuto puntare i piedi per affermare che certe decisioni dipendevano solo da me: mi rendevo conto che in qualche modo loro pensavano di "possedere" me e il mio utero e di "meritare" di dirigere la mia vita, la gravidanza e il parto perché i bambini che portavo in grembo erano “cose loro"».

Il parto finì per essere estremamente traumatico. La donna dice di aver sofferto e pianto come mai nella sua vita.

Uno dei due bambini è stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale e, dalla storia che abbiamo letto, non si capisce bene che fine abbia fatto. Probabilmente è morto. Perché dopo, per la nostra narratrice è cominciato un orribile incubo durato due anni: è stata coinvolta nella causa che i committenti hanno fatto all’ospedale e le ostetriche l’hanno incolpata, dicendo che lei aveva impedito loro di assisterla come avrebbero voluto al momento del parto. Ovviamente il Servizio sanitario ha fatto di tutto per evitare di dover rispondere di negligenza medica. Sono state condotte quattro indagini separate da parte dell'organismo di vigilanza, che alla fine ha giudicato le ostetriche colpevoli del fallimento dell'intervento d’urgenza e del mancato monitoraggio della salute dei bambini durante il parto. Ma per la nostra “surrogata altruista” il trauma del parto è stato aggravato dal trauma delle false accuse e del dover sopportare due anni di indagini: «Anche se alla fine mi hanno scagionato, in tutto questo tempo non ho potuto ricominciare la mia vita normale, ma ho dovuto rivivere cento volte il trauma».

In tutto questo i “genitori di intenzione” l’hanno quasi completamente abbandonata: «Non mi hanno neanche invitata al battesimo del bambino sopravvissuto. Sono stata usata e scaricata quando il mio utero non era più necessario. È stata l'esperienza più degradante e orribile della mia vita. La mia salute mentale è crollata e due anni dopo il parto mi è stato diagnosticato il disturbo post traumatico da stress e sono dovuta andare in terapia. Non parlo mai a nessuno di quello che è successo, nemmeno ai parenti stretti, poiché non voglio rivivere il trauma che ho subito. Mi sono rimaste anche delle lesioni fisiche, incontinenza e diastasi (separazione dei muscoli addominali) che mi causano problemi quotidiani. Non so quali saranno gli effetti a lungo termine sulla mia salute derivanti dall'assunzione della grande quantità di ormoni sintetici, né il potenziale aumento del rischio di cancro al seno poiché non ho allattato i bambini».

Ora la malcapitata si dichiara completamente contraria a ogni forma di utero in affitto, sia commerciale, sia altruistico o “solidale”, come lo chiamano i Radicali nostrani. 

«È in ogni caso una pratica abusante. Le donne non devono essere incoraggiate a mettere in pericolo la loro salute emotiva e fisica per il "bisogno" di altre persone di avere figli. Le donne contano. Le donne non devono essere incoraggiate a mettersi in secondo piano e a rischiare la vita così».

La testimonianza si conclude con un pensiero rivolto anche alla giovane che ha dato gli ovociti: una studentessa dell'Europa orientale che ha dovuto sopportare l’iperstimolazione ovarica, con le conseguenze che si porterà per tutta la vita, per pagarsi gli studi. E infine con la speranza che ogni forma di utero in affitto sia dichiarata fuori legge in tutti i Paesi del mondo: «La legge non deve rendere più semplice lo sfruttamento delle donne, sia le donne vulnerabili a causa della povertà sia quelle che sono tanto ben intenzionate, ma male informate come me».

 

Il nostro ultimo pensiero, infine, va ai bambini coinvolti in questa vicenda. A quelli che sono stati scartati, a quelli che non sono sopravvissuti nel brodo di coltura, a quelli che forse vivono ancora congelati nell’azoto liquido, a -196°C; al bimbo morto poco dopo la nascita e, infine, a quello che è stato portato a casa dai committenti. Chissà che segno ha lasciato nel suo cuore e nella sua psiche l’essere stato separato improvvisamente da quel corpo che lo ha nutrito, scaldato e cullato per tutto il tempo della gravidanza; da quella voce che aveva imparato a riconoscere, da quell’odore che respirava insieme al liquido amniotico. Chissà se mai avranno il coraggio di dirgli chi è la sua mamma. Chissà se saprà mai a chi appartiene il patrimonio genetico che, a sua volta, trasmetterà ai suoi figli. Chissà se coloro che ha imparato a chiamare «mamma» e «papà» sapranno davvero volergli bene, dopo avergli causato tanto male. 

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