Donne contro le donne. La maternità vista come un obbligo

Donne contro le donne.

Si potrebbe commentare con questa frase, lapidaria ma esplicativa, il video che sta facendo il giro dal web e che porta il titolo “No woman is obligated to have children“.

Il video, disponibile solamente in lingua inglese, ha per protagoniste delle donne ed è rivolto alle donne. Il messaggio – che a prima vista non sembrerebbe neanche così errato – che intende trasmettere è esplicitato fin dai primi fotogrammi: “Avere un figlio è una scelta, non un obbligo.

A seguire, una serie di donne (ovviamente tutte bellissime, giovani e lavorativamente affermate) che dipingono la maternità come un vincolo, come una prigione che impedisce di realizzarsi appieno e che viene definita ‘anti-feminist‘.

E poi spazio a una serie di luoghi comuni: i figli costano; i figli costituiscono un danno per la carriera; il problema della sovrappopolazione (assolutamente irreale)

Chi proprio lo volesse può vedere il video qui.

Viviamo in una società che sempre più spesso dipinge in maniera cupa e opprimente la maternità, arrivando persino a negarla (con la contraccezione o finanche la sterilizzazione) e a legittimare per legge la soppressione dell’essere innocente che della maternità dovrebbe essere il desiderato frutto, ossia il bambino nel grembo della donna.

Un modo di pensare, questo, che non è tuttavia scevro di conseguenze.

VoxEurop ha infatti recentemente pubblicato un articolo dove viene analizzata la situazione della Germania, paese senza mamme. Scrive: “Quarantenni e cinquantenni laureate e senza figli: questo è il simbolo di un fenomeno tedesco seguito con molta attenzione dai demografi. In effetti il 20 per cento delle tedesche occidentali nate fra il 1960 e il 1964 non ha figli, e il 22 per cento ne ha uno solo. E la probabilità di rimanere senza discendenza aumenta con il livello di studi“. Una situazione che si rivela assai problematica a livello demografico e che non ha portato un reale aumento della felicità delle donne, anzi. Con solo otto nascite ogni mille abitanti, “sul lungo periodo la Germania dovrebbe scendere a 65-70 milioni di abitanti rispetto agli 81,5 dell’anno scorso. ‘Il numero di nascite continua a diminuire, per il semplice motivo che il numero di donne in età fertile si riduce’, aggiunge Steffen Kröhnert, ricercatore dell’Istituto berlinese per la popolazione e lo sviluppo“.

Questa tendenza ha visto, negli ultimi anni, il Governo tedesco correre ai ripari, mettendo in campo un sistema di politiche familiari dall’ingente costo di 195 miliardi di euro all’anno: infatti, “sono previste circa 160 misure che dovrebbero incoraggiare la natalità, fra le quali un generoso stipendio (il 60 per cento dello stipendio fino a un massimo di 1.800 euro per 12 o 14 mesi dopo la nascita del bambino) e dei sussidi familiari di 250 euro mensili per figlio“.

Il tutto in un bagno di sangue economico e soprattutto umano, nonché in un clima di contraddizione latente, come si evince ad esempio dal fatto che si spingono le donne a lavorare e si punta sulla costruzione di nuovi asili, ma nel contempo si sostengono le mamme che stanno casa...

E, a ben vedere, forse il vero dramma del nostro secolo è proprio questo: le persone non sanno più chi sono e non riconoscono più le predisposizioni che le costituiscono per natura. Non è più chiaro che la donna realizza la propria vocazione nell’essere madre, in senso biologico ma non solo. Negare questo dato di fatto significa andare contro le donne, intaccando la loro peculiarità di esseri umani differenti – complementari per caratteristiche e uguali per dignità – rispetto agli uomini.

L’umanità si nutre dall’esperienza della maternità. Senza la maternità non c’è vita: né per la donna, che non si realizza come persona; né per il figlio, che non vede la luce; né per gli uomini, che vengono deliberatamente privati dall’avere accanto a sé figure autenticamente femminili, nonché del dono della paternità.

E, lo dico da donna, fa ancora più tristezza constatare che ad andare contro le donne siano altre donne.

Teresa Moro


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