27/09/2016

Demografia positiva. Ecco la ricetta per la felicità

Paese che vai, demografia che trovi. Anche se, di questi tempi, le zone che si salvano dal freddo inverno sono poche, e l’Italia non è di certo tra queste.

Recentemente il giornalista Giulio Meotti ha scritto su Il Foglio un articolo interessante, dal titolo piuttosto eloquente: E l’Italia morì.

In questo pezzo il giornalista rilegge gli ultimi decenni della storia italiana alla luce della demografia e – sulla scorta di uno dei massimi demografi mondiali, Joseph Chamie – afferma che la situazione italiana ha cominciato a precipitare già nel 1995. Ventuno anni fa. Gli altri Paesi se n’era accorti, tanto che vi era chi – come Ben Wattenberg su Usa Today – commentava, non si sa con quale tasso d’ironia: «Un mondo senza italiani? Che orrore».

In tutto questo gli italiani erano assolutamente incoscienti di fronte al problema che stava dentro casa loro. «Allarme! Non nascono più bambini, il tasso di figli per donna cade sotto il minimo raccomandato degli 1.3 punti: l’Italia sta morendo!» ... e gli italiani dormivano.

Oggi, a distanza di più di due decenni, se il Governo propone un Fertility Day partono subito l’alzata di scudi e i richiami all’epoca fascista. Che poi la campagna sia stata condotta in modo assai opinabile e che il fine ultimo si sia rivelato essere uno spot alla fecondazione artificiale, non toglie il fatto che forse a qualcosa questa iniziativa sia servita.  Scrive Costanza Miriano in merito: «Comunque. Ci sarebbe molto da obiettare, ma anche così è un bene che il tema fertilità sia stato almeno sollevato. Perché ha provato a ricordare un semplice, incontrovertibile, disarmante dato di natura. Il corpo della donna è fertile per un periodo di tempo limitato. Quando quel tempo è passato, non si può fare più niente. O meglio, per qualche anno ancora si può cercare di aggirare il problema con tecniche, sempre più sofisticate, ma costosissime in termini di soldi e di vite umane sacrificate nel tentativo. Dopo, neanche quello. C’era bisogno di ricordarlo? Sì, c’era bisogno, perché invece noi donne post ’68 siamo cresciute con l’idea che avremmo deciso noi quando avere dei figli, che ci saremmo liberate di questa schiavitù, che nessuno ci avrebbe messo limiti. Abbiamo pianificato le nostre vite pensando che prima avremmo costruito la vita professionale, poi avremmo pensato come incastrarci quella personale, credendo che tutto sarebbe andato magicamente a posto. Risultato: sono sempre più numerose quelle di noi che si trovano dolorosamente a fare i conti col fatto che il tempo è passato, e adesso è troppo tardi (dal punto di vista medico l’età migliore per avere bambini è tra i 20 e i 25 anni)».

La realtà comunque parla in maniera abbastanza chiara: gli italiani hanno dormito fino ad ora e intendono continuare a farlo, non c’è demografia che tenga. I figli comportano responsabilità, ma soprattutto costano e sottraggono tempo e divertimenti. Non sono dunque indicati per un periodo di crisi economica e per una generazione di adulti “in cassa integrazione educativa”.

Di fronte a tutto questo è abbastanza facile scorgere la falla. Il punto, semplicemente, è che si sta guardando alla demografia e alla natalità come a un problema, mentre esse sono la soluzione a tutti i problemi.

Fino a qualche tempo fa vigeva la regola non scritta per cui «Il tuo matrimonio è in crisi? Fai un figlio». Il che, naturalmente, non era la soluzione ottimale, ma funzionava. Fatto il figlio, risolti i problemi della coppia. Magia? No! Semplice corrispondenza alla natura umana.

Uomini e donne sono predisposti alla generazione, fisica e spirituale. Fare questo corrisponde a realizzare la propria vocazione: materna, per la donna predisposta all’accoglienza e alla cura; paterna, per l’uomo che è chiamato a proteggere e sostenere la famiglia. Niente di più facile.

E le persone realizzate nella propria vocazione sono felici e creano una società felice. E una società felice è ricca di bambini, ed è pronta ad accoglierne altri ancora.

Ecco il circolo virtuoso, ecco la ricetta della felicità.

Teresa Moro

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